Una vita senza domani

Lolita: un delitto senza verità

Galeotta quella serata del 1965. Cinema oratorio: Norma Zanichelli e Alberto Ronchi conducono un avvincente concorso musicale tra i complessi della zona in una vociante e fumosa platea da tutto esaurito, divisa nel tifo tra gli enfants du pays I Solitari e i cugini novatesi Mady boys.

Tra un brano, un gioco, una gag e qualche gadget, arriva il momento dell’ospite della serata e appare lei, biondina, minigonna, stivali bianchi, già conturbante nonostante i  soli 15 anni d’età. Si chiama Graziella Franchini e ha scelto come nome d’arte quello di Lolita. E’ la beniamina del pubblico perché gioca in casa, abita a Bollate in zona Masenoeu (via Vittorio Veneto e dintorni), è arrivata bambina con la famiglia proveniente dal paese veneto di Castagnaro, dove è nata il 5 gennaio del 1950. Si esibisce in alcune canzoni del momento, accolta da una autentica apoteosi, soprattutto per la sorprendente prestanza scenica che suscita fantasie e commenti piccanti.

Lolita sul palco

Graziella Franchini in arte “Lolita”

Una delle prime esibizione di Lolita al Cimena dell’Oratorio di Bollate. Ad accompagnarla il complesso dei Solitari – 1965

In sala c’è il maestro Franco Chiaravalle, rapito invece dalla sua voce squillante e che subito la segnala alla produttrice discografica Mara Del Rio: dopo il provino di rito, scatta immediata la scrittura per la casa discografica Magic. “Matusalemme / la prima barba” il 45 giri d’esordio. Affascinata dalla sua sfrontata giovanile bellezza, la Del Rio le cambia le generalità, le attribuisce solo il nome d’arte di Lolita, “anche se della eroina del romanzo di Nabokov non aveva né la malizia né la scaltrezza”, e la iscrive al festival di Pesaro, che la ragazza vince a mani basse. L’avvio di una carriera repentina e sfolgorante: concerti, apparizioni televisive, dischi. Nel 1967 si impone nel festival di Zurigo con la canzone “la mia vita non ha domani”, titolo che appare come una premonizione della sua breve avventura umana ma che all’epoca la consacra nell’olimpo delle giovani voci italiane. Nel 1968 è protagonista al festival di Napoli, vince la rassegna Star of Italy e figura ai primi posti alla Star of the World. Partecipa con tutti gli onori a “Settevoci”, trasmissione tv della domenica pomeriggio che va per la maggiore, condotta da un giovane presentatore emergente di nome Pippo Baudo.

4 copertine dei 45 giri di Lolita

L’anno successivo ottiene un buon successo al Disco per l’estate con la sua più famosa hit “L’ultimo ballo d’estate “, altro titolo che sa di malinconico presentimento, come quelli delle due successive partecipazioni alla stessa rassegna: “Circolo chiuso”(1970) e “Io sto soffrendo”(1971), quasi ci fosse un sottile filo anticipatore del suo tragico destino. Nel 1973, all’apice della popolarità dovuta anche a due serie di spot di Carosello per l’amaro Cora, prima con Maurizio Nichetti e Peppe Starnazza e poi nientemeno che con Renato Rascel, partecipa al festival di Sanremo con la canzone “Innamorata io?”, firmata in tandem da Chiaravalle e Alessandro Celentano, fratello del più celebre Adriano, che però non accede alla finale.

Da sinistra: articolo di presentazione del brano Innamorata io in gara al Festival di Sanremo del 1973, sul palco del Festival di Sanremo, una foto di agenzia scattata a Sanremo  all’esterno del Casino dove si svolgeva il Festival – Marzo 1973

E’ l’inizio della rapida discesa nell’anonimato, si trasferisce in Calabria dove, nei primi anni Ottanta, torna a calcare i palcoscenici locali con un discreto seguito in ambito regionale, tanto che nel 1984 incide il 45 giri “Sei la felicità”- “Amico mio”. La sua voce si spegne per sempre il 27 aprile 1986, quando viene rinvenuta cadavere a Lamezia Terme all’età di 36 anni, uccisa a coltellate in un efferato delitto passionale colorato di giallo e che dopo anni di indagini, con tanto di inchieste televisive, rimane un mistero irrisolto senza alcun colpevole.

Paolo Nizzola

Io la conoscevo bene

Il passato non se ne va mai. Ama nascondersi nella musica, nelle strade, nei sogni, nella vita”. (Cit.)

E’ proprio il caso di dire che sono arrivato a Bollate “vegnu giò cun la piena”.  Nel novembre 1951 la zona del Polesine fu investita da un’ondata di piena di eccezionali proporzioni  che  portò all’evacuazione della provincia di Rovigo e dei centri che ne facevano parte fra i quali Castelguglielmo, mio paese natale. I danni provocati alle terre coltivate e a tutto il sistema produttivo locale furono la causa di  un ingente fenomeno di migrazione verso la Lombardia, l’Emilia e il Piemonte.

Approdammo a Bollate all’isola san Domenico, dove trascorsi la mia adolescenza. Qualche anno più tardi ci trasferimmo nelle case della Cooperativa Edificatrice lungo la via Vittorio Veneto. Qui, insieme a tanti coetanei, costituimmo la  “compagnia del Masenoeu”- dal nome del rione periferico limitrofo a Traversagna- di cui facevano parte con me,  Franco Gorini, Gianni Bertuzzo, Giuseppe Bergomi, detto “Gipp”, Carlo Ghioldi, Claudio Bassi, Pillitteri e altri. Ogni domenica pomeriggio nella cantina di Gianni Bertuzzo organizzavamo delle feste danzanti che avevano come colonna sonora i 45 giri  con i successi dell’epoca , da Celentano a Mina, da Bobby Solo a Gianni Morandi , da Rita Pavone a Jimmy Fontana. Fu proprio in occasione di una di queste feste che conobbi Graziella, la cui solare allegria fece subito scattare, anche per via delle comuni origini venete,  una simpatia reciproca  che presto si trasformò in affinità sentimentale. Divenne,  come si usava dire,  “la mia ragazza”.

Estate 1967 – A Rimini per l’ingaggio per la stagione estiva alla  Locanda del Lupo

Ci eravamo dati anche dei simpatici soprannomi: Tato e Tata. Ogni sera andavo ad aspettarla alla stazione delle Ferrovie Nord, dove arrivava con il treno delle 19.40, per accompagnarla a casa. Naturalmente, essendo vestita alla moda di allora con minigonna  e capelli biondi a caschetto, non passava certo  inosservata e questo mi faceva sentire invidiato dai miei coetanei e non solo. Graziella  andava giornalmente  a Milano con il treno delle 13.40 per recarsi presso la sede della sua casa discografica , che si trovava in galleria di corso Vittorio Emanuele, per provare brani da incidere nell’incontro quotidiano con la sua produttrice.  Pur essendo agli inizi della carriera, aveva già diversi impegni professionali. Uno di questi fu un ingaggio per la stagione estiva del 1967 alla Locanda del Lupo di Rimini . Così, per attenuare il patimento amoroso della distanza,  convinsi i miei amici Pillitteri e Gipp a trascorrere la vacanza sulla riviera romagnola,  soggiornavamo all’hotel Buona Fortuna di Bellaria. Alla sera andavo sempre  a sentirla nel locale dove si esibiva: era l’unico modo per vederci perché la manager aveva suggerito di non mostrarci insieme durante il giorno in quanto, iniziando a godere di una certa popolarità tra il pubblico, soprattutto maschile,  era importante non intaccare la sua immagine di ragazza ideale.

A sinistra, le prime cartoline autografate segno della crescente popolarità. A destra, Roberto Pizzo

Da abile promoter, la Del Rio ebbe anche l’idea di escogitare uno scoop a beneficio del settimanale di gossip Novella 2000 che all’epoca andava per la maggiore: fece scattare da alcuni paparazzi delle foto che la ritraevano in compagnia  di Albano- il cantante pugliese si esibiva in un vicino locale- alfine di accrescerne la visibilità. Quando le foto furono pubblicate vi lascio immaginare i commenti ironici e di scherno  dei miei amici.

Nel  giugno  del 1968,  iniziai  il periodo di leva al Car di Pisa nel corpo dei paracadutisti.  Il giorno del giuramento,  in una caserma gremita di parenti ed amici delle reclute,  Graziella, accompagnata dai miei genitori, volle essere  presente alla cerimonia. Ormai celebre come Lolita  per le sue apparizioni televisive alla trasmissione Settevoci condotta da Pippo Baudo ,  divenne un autentico motivo d’attenzione e attrazione, creando un subbuglio generale  tra i presenti.  Anche le sue successive visite domenicali nelle caserme di Livorno e Bologna, dove fui destinato successivamente, suscitarono, per via delle sua avvenenza e popolarità, interesse e stupore tra i miei commilitoni presso i quali godevo del massimo della stima e considerazione. Queste sue comparse settimanali contribuivano anche ad accrescere il  livello di testosterone tra le reclute.

Terminato il periodo militare, la relazione con Graziella iniziò a subire gli effetti del suo crescente successo.  L’intensificarsi degli impegni artistici, che comportavano lunghe trasferte per i concerti in tutta Italia, produsse un progressivo distacco e la naturale conclusione del nostro rapporto sentimentale che rimane comunque uno dei momenti più belli e felicemente spensierati del mio vissuto giovanile.

Roberto Pizzo

Foto gallery, Lolita

La musica che ci univa

Con Graziella eravamo  vicini di casa. Lei viveva in via Boito, mentre io risiedevo nella vicina via Mascagni. Suo papà Attilio era il gestore del locale Boeucc di via Vittorio Veneto, oggi conosciuto come Snoopy. Siamo nel periodo tra il 1965 e il 1966, quando la moda beat influenzava ogni aspetto del costume e della società giovanile e intorno ai juke box sorgevano amicizie e passioni. Ogni giorno, dopo il pranzo, avevo l’abitudine di recarmi al Boeucc per bere un caffè. Lì incontravo spesso Graziella intenta ad ascoltare e ballare le canzoni di successo dell’epoca, in particolare quelle di Rita Pavone, dalle quali traeva spunto non solo dal punto di vista musicale ma anche per le tendenze d’abbigliamento. Il nostro era così diventato un piccolo rito quotidiano: uniti nel nome della musica.

La sorpresa al Festival del Natisone

Nell’estate 1968, mentre svolgevo il servizio militare a Cividale, ebbi l’occasione di assistere ad un suo concerto nell’ambito del Festival del Natisone che si teneva in città . Al termine dell’esibizione, Graziella mi riconobbe tra la folla salutandomi calorosamente, destando  parecchia curiosità tra gli spettatori in attesa di un suo autografo. Fu davvero un momento speciale perché quel ritrovarci dopo diverso tempo ci riportava ai giorni spensierati trascorsi al Boeucc.

In missione nel Belice

Qualche mese dopo, sempre durante il servizio militare, fui inviato in missione con il mio reparto  nel Belice per aiutare la popolazione colpita dal terremoto. A Trapani vidi dei manifesti che annunciavano un concerto di Graziella al locale Al Ciclope di Monte Erice . Decisi di andarci con alcuni miei commilitoni, tra i quali il baranzatese Gigi Donzelli, vantandomi di conoscerla. Purtroppo, a causa dell’assembramento di fans, non riuscii a salutarla. Fu comunque un’occasione per applaudirla al culmine della sua carriera.

L’incontro mancato in Puglia

L’ultima volta che la incontrai fu nell’agosto del 1981 in Puglia, dove ero solito trascorrere le vacanze estive. Durante una festa patronale a San Foca, riuscii a salutarla brevemente prima della sua esibizione che seguiva quella di Fausto Papetti. Ci promettemmo di bere qualcosa insieme dopo il concerto, ma ancora una volta la folla di ammiratori ci separò.

Questi ricordi di Graziella restano impressi nella mia memoria come frammenti di un’epoca passata, scandita dalle note delle sue canzoni che facevano da colonna sonora a un’età ricca di sogni e speranze.

Claudio Bassi

Le festicciole che ce la fecero conoscere

Dopo la tragica alluvione del Polesine del 1951, come tante famiglie venete, anche la mia, originaria di San Stino di Livenza nel veneziano, si trasferì a Bollate. Abitavamo in una villetta in via San Pietro, subito dopo l’allora passaggio a livello di Traversagna. L’ abitazione aveva un seminterrato che ben presto è diventato il luogo ideale per organizzare le feste danzanti  la domenica pomeriggio, occasione per fare nuove amicizie. In particolare, con la scusa del ballo, conoscere ragazze nostre coetanee.

A sinistra, l’allegra “Compagnia del Massenoeu” – A destra, l’angolo bar del locale seminterrato che ospitava le feste della domenica pomeriggio.  Per gentile concessioni di Gianni Bertuzzo

La famiglia di Graziella, anch’essa di provenienza veneta, abitava nella vicina via Boito, dove si era trasferita da Cascina del Sole. Grazie all’amicizia di mia sorella con sua sorella maggiore Luigina, pure Graziella ha cominciato a frequentare le nostre festicciole a base  di balli lenti- con le luci che chissà perché improvvisamente si spegnevano- dischi a 45 giri, bibite e qualche torta casalinga, mettendosi da subito in evidenza sia dal punto di vista della prestanza fisica che per le eccellenti qualità canore. Dote, quest’ultima, che già aveva manifestato da ragazzina cantando nella corale parrocchiale solese alle varie funzioni religiose, tanto che alla suora che dirigeva il coro aveva detto espressamente che sarebbe  diventata famosa  proprio grazie alla sua voce. Un proposito assecondato anche dai suoi genitori che la iscrissero a una scuola serale di canto a Novate. Con l’andare del tempo, muovendo i primi passi nell’ambiente musicale milanese, Graziella ha  diradato i rapporti con noi: la si notava ormai solo quando si recava  a prendere il treno. A rappresentare la nuova prospettiva di vita anche un look maggiormente curato sia nell’abbigliamento sia nella pettinatura, in questo caso per la assidua frequentazione del salone del celebre parrucchiere milanese Vergottini.

 Gianni Bertuzzo

Il Karaoke al Boecc

Il mio ricordo di Graziella Franchini è come una fotografia sbiadita scattata a metà degli anni ’60. Allora ero solo una bambina, ma quei pomeriggi domenicali trascorsi al Boecc – quel locale che oggi si chiama Snoopy e che ancora custodisce mille storie – sono impressi nella mia memoria con la nitidezza di un frammento dorato.

Il Boecc era un luogo di ritrovo, un piccolo cuore pulsante del rione lambito dallo scorrere del Pudiga e conosciuto come il Masenoeu. Le bocce erano il gioco immancabile, e il suono delle sfere che rotolavano sul terreno echeggiava fino al patio coperto da un rigoglioso vitigno, che offriva un fresco rifugio dal sole estivo. Ricordo ancora nitidamente la voce di mio papà Salvatore che dichiarava “boccia del punto al volo!” Qui si consumavano i nostri piccoli piaceri: mottarelli e ghiaccioli, il brivido della televisione – per chi ancora non ne aveva una in casa – con i suoi programmi in bianco e nero che attiravano bambini e adulti. Proprio in quel patio, davanti al mitico juke box, Graziella, una ragazzina di nemmeno 15 anni, una delle tre figlie dei gestori, risplendeva con la sua voce solare. Era così potente e limpida che riusciva a sovrastare persino la cantante del 45 giri scelto, trasformando quel momento in un autentico spettacolo dal vivo. Per noi bambini, quello era un pò come il primo assaggio di karaoke, un’esperienza magica di musica e allegria che resta impressa nel cuore. Graziella non era solo una cantante improvvisata. Era il sole che illuminava il Boecc, con quel un sorriso che non si spegneva mai. Tutti la conoscevano, tutti la amavano. Solare, simpatica, divertente, e al tempo stesso bellissima nella sua semplicità. La sua voce e il suo carisma riempivano ogni angolo del locale, seducevano chiunque avesse voglia di ascoltarla.

Il locale Boeucc (ora Bar Snoopy) sulla destra in questa cartolina della via Veneto

A sinistra, con un piccolo cagnolino in una foto promozionale per la stampa. A destra, taglio di capelli creato per lei dal parrucchiere Vergottini

Non stupì nessuno quando, qualche tempo dopo, decise di osare, di inseguire quello che sembrava un sogno lontano. Incoraggiata dal piccolo, ma fedele pubblico del Boecc – una vera e propria comunità di amici e ammiratori – Graziella si preparò con cura. Fu mia mamma Giuseppina  a realizzarle quel primo capo d’abbigliamento per i provini: una tuta in velluto nero, elegante e semplice, con pantaloni a zampa d’elefante, accompagnata da un cappello a larghe tese che le conferiva un’aura misteriosa, quasi da star. Vestita con quel look che anticipava i mitici anni ’70, Graziella divenne Lolita: una ragazza determinata, pronta a conquistare il palcoscenico con la sua “La mia vita non ha domani” che la fa primeggiare al festival di Zurigo. Era il 1967 e quel momento segnò l’inizio di un viaggio che nessuno avrebbe potuto prevedere.Guardandola  allora, piccola e fragile nel corpo ma grandissima nei sogni, non potevo immaginare che quel momento sarebbe rimasto impresso nella memoria del Boecc, e nella mia, come l’inizio di una favola reale.

Oggi, ripenso a quei momenti con tenerezza e nostalgia. Graziella e il Boecc sono parte di quel mondo che non c’è più, ma che vive ancora nei miei ricordi e nel calore di un’estate senza tempo.

Maria Angela Feliciello

Quella serata con i Solitari

La prima volta che vidi Graziella, mi piace ricordarla con il suo vero nome, fu a casa mia in via Concordia, portata dalla mamma a trovare la zia che allora era al servizio dei miei nonni.

Si fermò un paio d’ore a giocare in cortile con me e i miei cugini, avevamo circa dieci, dodici anni.Giocare è un eufemismo perché a quei tempi la distinzione tra maschietti e femminucce era molto accentuata e lei spesso risultava ai margini del gioco. Quell’incontro d’infanzia è improvvisamente riaffiorato alla mente qualche anno dopo in una serata al cinema dell’Oratorio: i Solitari di Mimmo Brocchetta si esibivano in concerto accompagnando Graziella, con il nome d’arte Lolita, che stava cominciando a farsi conoscere nel mondo della musica a livello locale. C’era un pienone da tutto esaurito e la zia di Graziella, orgogliosa, me la presentò e solo in quel momento realizzai che l’attrazione della serata era la mocciosetta con le lentiggini e la fossetta sul mento incontrata qualche tempo prima.

A sinistra, la minigonna alla moda inglese di Mary Quant era una sua costante. A destra, una sequenza di una manifestazione di bellezza

Norma Zanichelli e Alberto Ronchi  presentavano lo spettacolo e a un certo punto mi invitarono sul palco, insieme ad altri spettatori, per partecipare a un gioco: i Solitari suonavano un brano e all’interruzione della musica dovevamo smettere di ballare. Chi non si fermava in tempo era eliminato. Come premio per la partecipazione mi fu regalato un 45 giri con la canzone da lei interpretata e che mi feci autografare al termine della serata.

Da quella sera non la incontrai più: era bella, caschetto biondo, minigonna e stivali bianchi.

Gianluca Zamperini

Le chiacchierate in merceria

Negli anni Sessanta, le sorelle Luigina, Daniela e Graziella, assieme alla madre Gemma, erano assidue frequentatrici della merceria di mia mamma Rina in via Vittorio Veneto. Ne è scaturito un rapporto di conoscenza e  confidenza  che è proseguito negli anni. Talvolta prendevo con Graziella, ormai nota come Lolita, il treno per Milano e per me era un titolo di  vanto e orgoglio  potermi accompagnare con la giovane cantante bollatese che stava  emergendo nel panorama musicale italiano. Anche quando ha cominciato a conseguire la notorietà con i primi successi è rimasta la ragazza  gioviale e simpatica di sempre. Anzi, ricordo che in negozio si fermava  spesso a raccontare delle sue esibizioni canore in tv o dei concerti in giro per l’Italia. Aveva regalato a mia mamma un suo 45 giri che andava per la  maggiore “L’ultimo ballo d’estate” da lei autografato. E’ andato perso durante una delle periodiche piene del Pudiga che hanno invaso casa mia.

Maurizio Panza

Un paese in festa per Lolita

29 settembre 1971: Rombiolo, piccolo comune in provincia di Vibo Valentia dove sono nato, si preparava a celebrare la sua tradizionale festa patronale. Questo evento annuale suscitava sempre una grande animazione e altrettanto entusiasmo tra gli abitanti del paese. Quell’anno però la celebrazione acquisì una dimensione senza precedenti grazie alla presenza di una delle cantanti più celebri del momento: Lolita. Il comitato promotore della festa aveva allestito il palco, realizzato con assi da ponteggio e tubi Innocenti, nella piazza principale ubicata davanti alla chiesa parrocchiale, addirittura il camerino venne allestito nella sagrestia della stessa. Tanta era l’attesa per l’esibizione che gli abitanti riempirono con largo anticipo la piazza portando da casa le sedie per assistere più comodamente allo spettacolo. Noi ragazzi ci eravamo posizionati per tempo proprio sotto il palco nella speranza di vedere il più vicino possibile la cantante: eravamo letteralmente stregati dalla foto dei manifesti in cui era ritratta con una spaziale minigonna, accompagnata da un sorriso smagliante ed ammiccante.

L’arrivo per partecipare ad una festa patronale  in una località del Sud , dove era popolarissima, attesa da numerosi estimatori con tanto di agenti per mantenere l’ordine.

Quando fece la sua apparizione, un’ondata di frenesia travolse tutti noi: indossava un vestitino corto bianco e degli stivali bianchi che arrivavano fino alle ginocchia. Un abbigliamento che riflettiva il suo stile iconico in sintonia con la sua personalità piuttosto appariscente e vivace.Vi lascio immaginare l’atmosfera di estasi che alimentava le nostre fantasie adolescenziali.

Da sinistra, la piazza di Rombiolo, foto ricordo con i membri del comitato organizzativo di una festa patronale nel Sud. L’esibizione in una festa patronale nel sud con il pubblico che attornia il palco

Si era creato un clima decisamente effervescente che fu ben presto frenato dai membri del comitato che, alfine di mantenere l’ordine e fare in modo che tutti potessero godere dello spettacolo, pensarono bene di allontanarci. Fu comunque una serata speciale che ancora adesso mi resta impressa nella memoria, con tanta nostalgia per le feste popolari che si organizzavano nel mio paese d’origine.

Michelino Mazzeo

Per renderle giustizia

Alla breve e travagliata avventura umana di Lolita,  il conduttore radiofonico cesenate Mirko Ernesto Mirri ha dedicato un libro tributo dal titolo:

“Il mio domani nelle tue mani”.

Pur non avendola mai conosciuta personalmente, la avverto attorno a me ogni qualvolta ascolto la sua voce attraverso i suoi dischi che conservo gelosamente. Ho scoperto per caso della sua tragica storia seguendo, il 15 dicembre 1989,  la puntata della trasmissione televisiva Telefono Giallo che parlava del suo atroce delitto. Da quell’orrendo racconto ho avvertito una sensazione , quasi sovrannaturale, come se lei mi  avesse affidato la missione di non farla finire nell’anonimato sia come artista sia soprattutto per far finalmente luce sulla efferata morte subita. Ho scritto perciò questo libro con le mie convinzioni su questa drammatica vicenda umana e disumana che ancora oggi, a distanza di decenni, aspetta giustizia .Nel volume di 128 pagine, corredato da foto inedite,  ho raccolto anche testimonianze di stima professionale e d’affetto sincero per restituirle un adeguato giudizio artistico e una più giusta dignità morale rispetto a quanto è stato detto e scritto su una giovane ragazza uccisa per colpa dell’amore.

Ernesto Mirko Mirri

Il libro è disponibile contattando l’autore sulla pagina facebook

Una vita a maneggiare notizie tra giornali, radio e tv,  tanto da farne un libro autobiografico, Ho fatto solo il giornalistaMilanista da sempre, (ritiene che la sua più bella intervista l’abbia realizzata con Gianni Rivera), appassionato di ciclismo, (è coautore del libro Una storia su due ruote), amante della musica jazz (è presidente dell’Associazione Bollate Jazz Meeting). Gaudente a tavola, soprattutto in buona compagnia.  Insomma, gran curioso di storie, di umani e di situazioni.
Paolo Nizzola

Ha sempre coltivato diverse passioni. La musica nei suoi aspetti più vari, la fotografia, la storia locale e lo  sport sono sempre stati al centro dei suoi interessi. Una costante curiosità per tutto ciò che lo circonda lo ha portato a conoscere molti jazzisti italiani e americani o a scoprire aspetti dimenticati di quanto avvenuto in passato nella sua città. Ha collaborato alla realizzazione delle pubblicazioni Bollate 100 anni di immagini (1978), Una storia su due ruote (1989), Il Santuario della Fametta (2010), La Fabbrica dimenticata (2010), Il soggiorno a Bollate di Ada Negri (2014). Ha curato anche diverse mostre fotografiche, fra le quali La prima guerra mondiale nella memoria dei Bollatese (2015), La Fabbrica dimenticata (2010), I 40 anni di Radio ABC (1977). È tra i fondatori dell’Associazione Bollate Jazz Meeting (1994) di cui è segretario.
Giordano Minora