IL TERZO TEMPO DELL’ ARDOR

Dalla palla al cesto al basket

1947 – La prima formazione della neo costituita Ardor Basket

C’è un acquarello datato anni Ottanta, dipinto da Paolo Fabbro, dove sono raffigurate le storiche discipline sportive cittadine. A rappresentare la pallacanestro è disegnato uno spilungone filiforme con indosso una canottiera con la scritta Ardor e con suggestivi calzettoni a righe orizzontali. Mai associazione di idee è stata più azzeccata perché, a Bollate, dici basket e il pensiero va immediatamente all’Ardor. Infatti, proprio dal campetto in terra battuta dell’oratorio ha attecchito e si è sviluppato questo sport in città

L’avventura della palla al cesto cittadina nasce nell’immediato dopoguerra, quando un ragioniere di origine pugliese, Gabriele De Nicola, appena approdato a Bollate, passa in oratorio e propone a un gruppo di ragazzi la pratica di questa singolare disciplina agonistica, che aveva appreso dai soldati americani mentre prestava il servizio di leva su una nave militare. Ne fu subito rapito e decise di farsi ambasciatore del gioco che stava cominciando a farsi largo nel nostro paese attraverso l’opera di proselitismo del commissario tecnico della nazionale Elliot Van Zandt, un ex ufficiale di colore dell’U.S. Army, stabilitosi in Italia con la missione di diffonderne i fondamentali. E’ risaputo che all’epoca tutto ciò che derivava dal pianeta yankee destava sempre una fatale attrazione e i ragazzi dell’oratorio non furono da meno. La stessa cosa capiterà , qualche anno più tardi, per baseball (vedi la nostra storia dedicata).

Venne allestito un campo rudimentale, posizionando un canestro sulla parete esterna della cappella di san Francesco e l’altro su una colonna di granito del porticato che stava di fronte (l’ attuale schiera di salette ai tempi non esisteva).Tutto molto spartano, gli stessi cesti non erano in linea, ma l’importante era prendere confidenza, familiarizzare con le regole e far crescere la passione. Nel 1947 si decide di fare sul serio,il campo diventa regolamentare, trasferito di fronte alla grotta della Madonna in sostituzione di un campo da bocce. Bisogna però rendere impermeabile il terreno, levigarlo e spianarlo. Il bisogno aguzza l’ingegno, i ragazzi vanno presso le fonderie Galimberti per recuperare la “marogna”, ossia le scorie del carbon fossile, stendendone ampi strati per stabilizzare il fondo.

Acquarello di Paolo Fabbro – Anni Ottanta

Una volta appianato, il terreno dovrà essere coperto con terra battuta rossa e ancora i ragazzi si attivano, vanno a prendere e “cribiare” il terriccio rossastro delle lavorazioni di mattoni e laterizi, presso le fornaci della Torrazza a Ospiate. Il prezioso carico, trasportato con il cavallo e il “tumarell” (carretto), trainato da Mario Doniselli, una volta arrivato a destinazione verrà sparso sul campo, tant’è che prima di disputare una partita ogni volta si doveva passare con il rullo per rendere uniforme il manto di polvere rossa. Le righe che delimitavano il rabberciato rettangolo di gioco erano invece state cementate, grazie al lavoro del provetto “maister” Romano Obelleri, un ragazzo proveniente dal Veneto che, in cambio dell’ospitalità in oratorio, si adoperava per questo tipo di lavori. Non era il solo a vivere li, era in compagnia di Dante Medini ( la cui stanza era allocata nei pressi della cabina di proiezione del cinema), che diventerà un altro grande supporter degli amici cestisti. Nel 1947 scocca l’ora del debutto agonistico, la formazione, diretta da De Nicola, era composta da Flaminio Allievi, Elvezio Alzati, Ernesto Annoni, detto Tatum, Mario Doniselli, Remo Locati, Giannino Albani, Iginio Nizzola, Elio Vegetti e Angelo Tagliabue, si gioca con palloni piuttosto rudimentali a strisce di cuoio marroncine e con cuciture fatte ad arte da qualche sarto.

Allenamenti per provare schemi di gioco – Primi anni 60

L’elevazione di Ernesto Castano in tiro a canestro – fine anni 50

L’avvio di una partita interna di fine anni 50

Ernesto Castano si allena al tiro in elevazione sotto la guida di coach Gabriele De Nicola

Palloni dalla fattura artigianale che diventavano problematici da gestire quando pioveva: si inzuppavano d’acqua trasformandosi in autentici macigni, difficili da far rimbalzare. Inoltre, aumentando di volume, era piuttosto complesso infilarli nel canestro, sovente si impigliavano nella retina e per liberarli era una gara a suon di salti e manate. Ma era un sacrificio necessario perché non esistevano palloni di riserva. Da questi particolari si intuisce che quelli della palla al cesto erano davvero anni pionieristici, sia in fatto di strutture, piuttosto rabberciate, sia per i materiali, decisamente approssimativi, sia per la presenza dei giocatori, le formazioni erano mutevoli: vuoi per il servizio militare, vuoi per l’inizio dell’attività lavorativa, vuoi per chi decideva di fare famiglia, nelle squadre si verificava un turn over intenso tra uscite ed ingressi. Già negli anni Cinquanta, i ranghi dell’Ardor presentano alcune novità, con l’approdo in panchina di Elvezio Alzati in qualità di assistente allenatore perchè ha dovuto lasciare l’agonismo per problemi ad un ginocchio. Lo stesso De Nicola, nominato presidente del sodalizio, chiama da Milano l’ amico Amedeo Balbiani – che a metà degli anni Quaranta ha militato nella blasonata Olimpia Borletti – facendolo diventare allenatore giocatore della formazione che per prima indosserà la storica divisa arancio nera. Forte della sua esperienza e delle sue capacità tecniche, Balbiani creerà una compagine affiatata insegnando non solo fondamentali e schemi di gioco, ma soprattutto imperniata su serietà e impegno. Giusto per capire la sua filosofia, non ammetteva disinteresse agli allenamenti, ai ritardatari faceva rilevare che lui arrivava sempre in orario pur dovendosi sorbire 20 km di viaggio, che compiva a bordo del suo galletto munito di riparo sul davanti per difendersi dal freddo e dalla pioggia, e che dunque la puntualità era segno di responsabilità. Con questo spirito, basato sul rispetto reciproco e sulla disciplina di gruppo, ha amalgamato non solo una compagine di cestisti ma ha pure plasmato un gruppo coeso di amici che è durato nel tempo. I ritrovi con la partecipazione dello stesso Balbiani sono proseguiti per decenni anche dopo la fine dell’attività sportiva. Un legame comunitario che è continuato nonostante l’avanzare dell’età e delle situazioni personali, basta scorrere i nomi degli atleti di allora per trovare conferma a questo concetto: Ernesto Castano, Alfredo Mariani, Mario Alfieri, i fratelli Giancarlo e Luigino Alzati, Carluccio Minora, Antonio Galli, Mario Riboldi, i lunghi Umberto Bertani Giovanni, Strozzi, Linuccio Anonni, il novatese Ginko Monti ( futuro medico sociale del Milan), ai quali si aggregheranno nel tempo, Banfi, Gaspari, Paolo Fabbro, Vittorio Marelli, Flaviano Crespi, Davide Parenti, Ernesto Riboldi, Flavio Corbetta, Erino Farina, Attilio Minora tutti guidati sia dalla passione per la pallacanestro sia da un vero senso di appartenenza e di cordialità umana.

A sinistra, Ernesto Castano in posa per la foto ufficiale. A destra, il 11 e il 10 : Annoni e Castano

Questo mix, unito a indubbie capacità tecniche e ad alcune individualità di spicco, ha consentito all’Ardor di ottenere risultati d’eccellenza e di farsi largo nel panorama cestistico milanese, affrontando e battendo compagini esperte e rodate come la Forti e Liberi di Monza, il temibile Oratorio sant’Andrea, le squadre abbinate alle banche, un fenomeno diffuso in quel periodo e che spesso fungeva come mezzo per essere assunti negli istituti di credito. E’ il caso di Umberto Bertani, durante la sfida contro il Banco Ambrosiano è stato notato per le sue doti atletiche, sarà ingaggiato come giocatore e assunto come dipendente. E pensare che l’avventura sul campo di questo gruppo di amici non era cominciata sotto i migliori auspici: nell’esordio nel campionato di prima divisione, opposta alla rodata compagine degli Artigianelli, l’Ardor si era si portata immediatamente in vantaggio per uno a zero; un fallo subito in apertura da Linuccio Annoni che centrava il primo dei due tiri liberi assegnati. Rimarrà l’unico punto, l’incontro si concluderà 40 a 1 per gli avversari. Una lezione che non ha smorzato gli entusiasmi ma è servita a prendere le misure e farsi il carattere poiché nella stagione successiva l’Ardor raggiungerà il campionato di Promozione, equivalente della B2 di adesso. Per disputare questo impegnativo torneo, il campetto in terra battuta davanti alla grotta della Madonna di Lourdes non era più adatto, occorreva un nuovo rettangolo dalle dimensioni ufficiali richieste; sarà realizzato grazie alla disponibilità del parroco don Carlo Elli che cederà una parte del suo orto, posto all’ombra del campanile, per insediarvi una struttura dalle misure perfettamente regolamentari, con tabelloni in legno e manto in catrame, quest’ultimo aspetto infondeva sentimenti di felicità per la miglior maneggevolezza dei palloni che rimbalzavano meglio ed erano perciò più controllabili e di infelicità verso le suole delle scarpe che si consumavano più in fretta. Impianto delimitato da un muro di cinta che lo divideva dal ghiaioso campetto a 7 di calcio e da quello erboso a 11, munito di spogliatoi da condividere con i calciatori, Inaugurato alla metà degli anni Cinquanta con un quadrangolare cui presero parte l’Olimpia Milano, la pallacanestro Cantù, la Banca Popolare di Milano.

Campionato 1957 – Incontro casalinga contro la forte squadra del Cral della Banca Popolare di Milano

La palla al cesto fa proseliti, comincia ad essere conosciuta e apprezzata e si evolve nella più comune pallacanestro. Si allarga il movimento di pari passo con l’accresciuto interesse intorno a questa disciplina ed anche l’Ardor ne è contagiata. Flavio Corbetta da giocatore allenatore diventa presidente, affiancato dal suo vice Remo Fugagnoli e dal segretario factotum Franco Mornati, un perfetto e abile score segnapunti e addetto al cronometro, a quei tempi rigorosamente manuale e quindi anche gestibile alla bisogna. Nuova situazione societaria, accompagnata da una rinnovata formazione, Filippo Lucchini, i cugini Ettore e Dante Minora, Sandro Borroni, Alberto Cimbro, i lunghi Giordano Signò e Roberto Boniardi, Giuseppe Dusi, Sergio Rossetti, Martino Annoni, Carmelo Tortora, Antonio Lareno, detto Baden (storpiando il nome di Bill Bradley,all’epoca l’americano di coppa del Simmenthal che vincerà la prima Coppa dei Campioni), Alberto Omini, Giovanni Battezzati, Isidoro Marini e il multiatleta Carlo Carli, si darà anche al calcio, ma che rappresenta tuttora l’uomo di cesura tra il passato e il presente non solo della pallacanestro ma della intera vicenda dell’Ardor. Si assiste altresì ad un cambio generazionale, figlio dei suoi tempi perché la compagine, oltre ad essere unita dalla comune passione per questa disciplina, (praticarla in quegli anni significava darsi un tono di modernità americana), avendo nelle sue fila diversi studenti universitari si ritrovava pure nei fermenti socio politici e di costume che avanzavano, sta cominciando a spirare il vento del 68, per cui la pallacanestro è solo un momento di condivisione dentro una comunità giovanile che si interessa ed è coinvolta in tutto quanto sta accadendo in Italia e nel mondo. Tuttavia, come ogni squadra che si rispetti, anche questa ha un suo aneddoto indimenticabile, una memorabile fitta nebbia che l’ha salvata da una pesantissima sconfitta. Fine novembre, tardo pomeriggio di domenica, la gara che oppone l’Ardor ai pendolari della Seven Lucy si disputa sul campo in catrame dell’oratorio femminile in quanto quello del maschile è occupato dai cantieri per i lavori di restauro del campanile; visibilità ridotta nonostante i lampioni siano stati rinforzati sotto canestro dai fari abbaglianti di un pulmino e di una vettura, il punteggio sul tabellone manuale segna un 55 a 5 per gli avversari, siamo quasi allo scadere del primo tempo, dovesse concludersi la partita sarebbe a quel punto convalidata. Considerato che la nebbia sta scendendo velocemente di intensità, il cronoman Franco Mornati arresta, senza farsi notare, il movimento delle lancette per ritardare lo scoccare del minuto finale e siccome la visibilità è drasticamente peggiorata e gli arbitri distinguono a malapena le sagome dei giocatori in azione, non accorgendosi del marchingegno orchestrato dal tavolo di direzione, stabiliscono che non ci sono le condizioni per andare avanti e sospendono la partita a data da destinarsi, evitando così una figuraccia ai padroni di casa. Un episodio che sa ancora di anni eroici dove il tiro da tre punti non è neppure contemplato, si giocano due tempi da 20 minuti ciascuno, il countdown e i tabelloni sono manuali, gli incontri si disputano all’aperto con qualsiasi condizione meteo. Ma questa fase romantica è ormai agli sgoccioli, a delimitarla, con l’ultimo squillo di nota in casa Ardor, è un evento che ha del sensazionale, la cessione nel 1973 del talentuoso Ferruccio Rossetti all’Innocenti di Milano, l’ex Simmenthal, con due miti come Cesare Rubini e Sandro Gamba in trasferta a Bollate per siglare il contratto: uno scambio fatto di palloni e muta di maglie. Irrompono gli anni Settanta, esplode il “basket boom story”, quello narrato in ogni dettaglio dal “Tau”, Arnaldo Taurisano, guru del primo scudetto di Cantù che ha interrotto l’egemonia di Milano, Varese e Bologna. Soppiantata la pallacanestro, il basket è in piena espansione, supportato dalle immagini tv che trasmettono spezzoni delle spettacolari partite Nba, quindi non ci si deve più accontentare di attendere le esibizioni annuali degli Harlem Globetrotters per scoprire qualcosa del basket a stelle e strisce.

Formazione primi anni 60  Da sinistra: Banfi, i fratelli Alzati, Castano, Minora, Galli, Gaspari, Strozzi, Farina.

Il movimento si amplia, allargandosi alle scuole e agli oratori, nasce il mini basket, l’Ardor si adegua alla tendenza in atto e alle nuove regole, si costruisce il palazzetto, intitolato a monsignor Giuseppe Sala, c’è la fusione con le ragazze dell’ Excelsior dell’oratorio femminile e si creano compagini di età e sesso differenti per accompagnare una crescita vertiginosa, culminata nel settembre del 1994 in una leggendaria 24 ore no stop a tutto canestro .Uno sviluppo travolgente che porterà alla promozione in serie C della prima squadra maschile, seguita poco più tardi dall’analogo traguardo conquistato dalle ragazze. Nuovi protagonisti per un escalation fatta di passione, abnegazione, entusiasmo, talento, che ha portato l’Ardor basket ad essere identificata, insieme alla intera polisportiva che include calcio e volley, non più come la squadretta dei “mal trà insema de l’uratori”, ma come una società tra le più attrezzate ed apprezzate della Lombardia. Un percorso sportivo e formativo che presto verrà raccontato e ripercorso in un apposito volume rievocativo, a testimoniare che dai canestri appesi ad una colonna e dal campetto in terra rossa “cribiata” ne è stata fatta di strada, con interpreti, strutture e accadimenti diversi,  sempre però vissuti sotto lo sguardo protettivo del campanile.

FLAVIO CORBETTA E ALFREDO MARIANI 

Memorabilia, ricordo di successi

Si ringraziano: Ernesto Castano, Alfredo Mariani, Flavio Corbetta e Paolo Fabbro per la gentile concessione delle fotografie