RICORDI DAI BANCHI

Il nostro libro Cuore

L’interno di un’aula della scuola di via Garibaldi con la Maestra Vimercati  (Archivio Giordano Minora)

Ciò che ricordiamo dell’infanzia lo ricordiamo per sempre, fantasmi permanenti, timbrati, inchiostrati, stampati eternamente in vista” (Cynthia Ozick)

C’è un tempo per capire, uno per scegliere, un altro per decidere. Poi scocca l’ora del tempo che abbiamo vissuto e, nell’andare a ritroso, quello che immediatamente balza alla mente è il periodo dell’infanzia, in primis l’esperienza scolastica, di fatto l’iniziazione alla vita comunitaria. Un momento decisivo nell’umana avventura di ogni persona, quello che resta maggiormente dentro perché lascia sensazioni che contrassegnano il cammino della vita e non si possono dimenticare. Anzi,ciclicamente riemergono e riaprono ricordi di persone, insegnamenti e circostanze che, nel bene o nel male, fanno parte del vissuto di ciascuno. Succede in questa carrellata di storie di scuola, una sorta di libro cuore locale, scritte da autori diversi. 

IL DUBBIO

Nel 1958 la mia famiglia si trasferì a Bollate da Tuglie, un comune a 9 km da Gallipoli. Avevo sette anni ed avevo concluso la seconda elementare con un anno di anticipo, sotto la guida di un’ottima insegnante.

Alla scuola elementare di via Garibaldi fui inserita nella classe terza della maestra B. M., una classe femminile molto numerosa. Con le nuove compagne fui subito a mio agio. Con alcune mi trovavo a fare i compiti e a giocare anche di pomeriggio. In classe, durante le lezioni, ricordo un’atmosfera costruttiva e serena. 

La maestra era una bella signora, alta ed elegante. Abitava a Milano e veniva ogni giorno a Bollate con il treno delle Ferrovie Nord. Le sue lezioni, su qualunque argomento, erano davvero interessanti e spesso ci stimolavano ad approfondire sulle enciclopedie per ragazzi, che in quel periodo si andavano diffondendo in tutte le case. La ammiravo moltissimo e mi comportavo in modo da conquistarmi la sua approvazione che, tuttavia, tardava ad arrivare. La maestra mostrava nei miei confronti un atteggiamento sempre freddo, a volte infastidito, a volte persino svalutativo. Mi dava dei bei voti, ma il suo modo di fare mi riproponeva ogni volta il grande distacco che intendeva mantenere da me. Ero una bambina educata, curiosa di imparare, una di quelle alunne che confermano agli insegnanti la validità del loro lavoro. Eppure mai una parola di lode, o anche solo di apprezzamento. Ne parlai in casa, ma i miei minimizzarono, sostenendo che sicuramente era una mia impressione sbagliata, oppure che la maestra forse mi considerava una specie di intrusa, dato che ero arrivata lì solo in terza. Dissero che certo, col tempo, mi avrebbe considerata una sua alunna come le altre. Oppure, accennarono, la maestra poteva essere una di quella persone che provavano avversione nei confronti dei meridionali venuti in Lombardia, ma che, in questo caso, non dovevo assolutamente farmene un cruccio, perché sarebbe stato sufficiente dimostrare, col mio comportamento, che ero una bambina come si deve. A me sembrava di averlo già ampiamente dimostrato, tuttavia mi proposi di raddoppiare l’attenzione per capire meglio e per rendermi degna della sua stima. Non credevo possibile che l’ostilità della maestra fosse dovuta alle mie origini, tuttavia il dubbio si insinuò in me.
Una mattina di dicembre ,eravamo in quarta,-la maestra ci distribuì dei fogli protocollo timbrati, spiegandoci che avremmo dovuto scrivere una lettera a Gesù Bambino, da inviare a un concorso indetto dal Provveditorato agli Studi. Personalmente, a Gesù Bambino avrei voluto esprimere il desiderio che la mia maestra mi volesse bene come alle mie compagne, ma certo non potevo scriverlo lì. Non sapevo proprio cosa altro scrivere. Passai molto tempo fissando il foglio bianco. Poi finalmente l’ispirazione venne e scrissi. I fogli vennero ritirati e spediti.
Qualche mese dopo arrivò a casa mia una raccomandata. Era del Provveditorato che informava: avevo vinto il secondo premio del concorso, per la sezione: “classi quarte di Milano e provincia”. Inoltre mi si convocava per assegnarmi la medaglia d’argento.

La medaglia ricevuta da Rosaria Stamerra, in occasione del Natale 1959, come premio per il concorso indetto dal Provveditorato agli Studi.

Quando arrivò il giorno stabilito per la premiazione, davanti al Circolo della Stampa di Milano, in corso Venezia, c’erano diversi pullman gremiti di scolaresche vocianti che, insieme ai rispettivi maestri, accompagnavano gli altri vincitori del premio. Io invece ero sola con mio padre.
Entrammo negli sfarzosi saloni, un po’ intimiditi da tutti quei marmi, stucchi dorati, grandi specchiere e preziosi arazzi. I premiati, chiamati ed elogiati uno per uno dal presidente della giuria, ritirarono le rispettive medaglie, acclamati dalle tifoserie dei compagni. Quando venne il mio turno temetti che sarebbe stato mio padre il solo ad applaudire, invece, forse mossi a compassione, applaudirono anche tutti quelli seduti nella nostra fila e nella fila retrostante.
Mio padre era commosso e fiero di me, ma certo era anche infuriato nei confronti della mia scuola. Come mai gli altri premiati avevano compagni e insegnanti al seguito, mentre noi eravamo soli?

Il giorno successivo andò a protestare con il dirigente scolastico, che allora era detto “il direttore”. Questo, alle parole di mio padre rispose con scostante altezzosità che la scuola non era stata avvisata e non mostrò il minimo segno di rincrescimento,  Mio padre non ci credette e, dopo aver insistito invano per ottenere precisazioni sullo strano disguido, constatata l’impossibilità di venirne a capo, ritenne che fosse più conveniente chiudere lì la questione per evitare a me strascichi fastidiosi. 
A me poi, dovendo giustificare l’assenza del giorno precedente, toccò anche raccontare alla maestra che ero andata alla premiazione e nel farlo provai un disagio estremo, come se fossi in colpa per aver ricevuto quella medaglia senza aver mai ottenuto da Lei una sua parola di lode. Stava scrivendo su un registro, non alzò neanche per un attimo lo sguardo su di me, e quando io finii di parlare pronunciò un indifferente: “Ah sì?”, continuando a scrivere.

Di quella mia premiazione non si fece mai parola nella classe, come se fosse una cosa disonorevole da nascondere. Ma io  raccontai segretamente la cosa e mostrai la medaglia alle mie vicine di banco, che, naturalmente, si meravigliarono della cosa e mi fecero mille complimenti.

In seguito l’atteggiamento della maestra nei miei confronti rimase sempre immutato, procurandomi un crescendo di amarezza e ingigantendo sempre più il dubbio che già era in me. E ancora oggi, che ho superato i 70 anni, quel dubbio rimane irrisolto.

ROSARIA STAMERRA

NOTE BIOGRAFICHE: salentina di nascita e bollatese di adozione, ha insegnato per 40 anni Italiano e Latino nei licei di Milano e provincia.    

Fine Anni Cinquanta –  Sullo sfondo la torre di via Ambrogio da Bollate  dell’acquedotto (Archivio Giordano Minora)

COINCIDENZE

Anno scolastico 1952/53: la mia prima maestra, la signora Geronazzo, cominciò l’insegnamento con un nuovo metodo chiamato “Globale”. Niente aste e punti, come si era sempre fatto all’inizio del ciclo didattico elementare, ma subito disegni e parole intere. La prima che ci fece imparare fu IMBUTO. Aiutati da una cartellina tipo classificatore dei francobolli, con illustrazioni e con le singole lettere suddivise in cartoncini, componemmo la parola sotto il disegno. Fu un autentico metodo rivoluzionario perché cambiò radicalmente il modo di insegnare nelle scuole primarie.

(nota personale, della serie i casi della vita: per curiosa coincidenza, la mia prima maestra e il mio primo datore di lavoro portavano lo stesso cognome, iniziai infatti la mia carriera professionale alla Mario Geronazzo spa di Ospiate, un cognome che è entrato di diritto nei miei debutti).

La lapide commemorativa di Alberto Riva Villasanta posta all’ingresso della scuola di via Garibaldi a cui era intitolata la scuola (Archivio Giordano Minora)

Anni Sessanta – Il personale scolastico in posa con il direttore didattico dell’epoca. Riconoscibili i maestri: Giannantonio, Di Credico, Ventura e le maestre: Carnazzi, D’Alessio e Vergani (Archivio Giordano Minora)

IL MAESTRO GASPARE

Copia di un manifesto affisso nelle aule per la campagna di prevenzione contro la raccolta di residuati bellici

Classe 3°elementare, anno scolastico 1954-1955, in cattedra il maestro Gaspare Giannantonio e pure qui apprendiamo subito qualcosa di innovativo: ci fece “gemellare” con la pari classe della scuola di Pieve di Cento, piccolo comune dell’Emilia Romagna, da dove proveniva. Il mio corrispondente di penna era tale Rossi , non ricordo in nome di battesimo. Ci scambiammo ben 2 lettere in un anno!

Sempre il maestro Giannantonio ci parlò più volte dell’attività degli sminatori (lo era stato), spiegandoci il senso di attenzione che dovevamo esercitare per evitare pericoli nel raccogliere oggetti abbandonati dalla guerra , metodo allora piuttosto diffuso in quanto il periodo bellico era ancora vicino, tanto che lungo i corridoi della scuola, intestata alla memoria di Alberto Riva Villasanta, morto a 18 anni nella prima guerra mondiale, e attuale sede della polizia municipale, erano affissi cartelloni illustrati con disegni di ordigni, anche camuffati da penne o giocattoli abbandonati, sui quali veniva raccomandato di fare attenzione a quegli oggetti e intimato di non raccoglierli assolutamente perché avrebbero potuto causare danni e menomazioni perenni, se non addirittura la morte.

(Corsi e ricorsi storici: oggi in Ucraina è in atto una identica campagna comunicativa che segnala lo stesso rischio per i bambini)

NAZZARENO MARCON

LA MAESTRA JOLE

Anno 1967 – Maestra Jole Cairo Borghesi 

Anno scolastico 1966-67, la mia avventura sui banchi comincia dalla scuola di via Garibaldi: Inserito nella classe Prima B , oltre venti piccoli alunni sotto la guida della maestra Jole Cairo Borghesi: arrivava da Milano con il treno della Nord, abitava in piazza Giulio Cesare, zona Fiera. La maestra Jole è stata la nostra guida, con ammirevole dedizione, per tutti i 5 anni, aiutandoci pure ad ambientarci nella nuova sede: in seconda ci siamo trasferiti nel plesso di via Diaz. E’ stata una brava insegnante sia dal punto di vista della didattica che da quello umano, tanto da creare fra noi un forte legame di amicizia che dura tuttora e che ci ha consentito di rimanere in contatto con lei fino ai primi anni Duemila.

MARCELLO MOTTURA 

LA MAESTRA LUIGINA

Anno 1967 – La maestra Luigina Bonomo con una sua scolaresca 

 Per me Luigina Bonomo, “la Bonomo”, come la chiamavamo familiarmente, é e sarà sempre la mia maestra, con il rossetto color corallo e l’eleganza fatta persona. La maestra dolce e gentile che mi ha fatto conoscere la matematica, l’educazione, il rispetto e mi ha educato alla bellezza.

MANUELA LONATI

Crediti: ove non espressamente indicato: foto tratte dal Calendario della Parrocchia San Martino  del 2016, curato da Angelo Gentile