LAVORAVAMO ALLA CERUTI

Storia di una comunità operaia

“Il lavoro non è soltanto produzione: è cultura, è comunità, è linguaggio”

(Paolo Agnelli- presidente Confimi Industria)

I Fiori sulla ghisa

Il 2 gennaio 1957, appena compiuti 17 anni, facevo il mio ingresso in Ceruti. Aggregato al reparto montaggio nel capannone che dava sul retro vicino all’acquedotto, per intenderci quello confinante con la ferrovia. Accolto dal capo reparto Giosuè Strada e dal suo vice, il novatese Carlo Malgrati.  Dopo le spiegazioni su quelle che sarebbero state le mie mansioni, mi hanno introdotto ai colleghi esperti: Libero Santambrogio, Innocente Monti, Piero Ballabio, Valadè e altri. E’ cominciata così la mia avventura professionale nello stabilimento di via Madonna in Campagna,  un’avventura  durata una ventina d’anni. Prendere i pezzi selezionati sui bancali e predisporli per il montaggio, una funzione che ho affinato con l’andare del tempo. Grazie ai suggerimenti e agli insegnamenti dei colleghi esperti, degli autentici maestri in questa operazione, sono entrato in contatto ed ho potuto ammirare la capacità manuale della squadra dei ” raschiettatori”, ricordo in particolare Galuppini , Casellato, Roberto Zanotti e il Carletto di Novate, talmente abili nello spianare le barre di ghisa, eliminando ogni tipo di scoria per renderle completamente uniformi in un lungo, faticoso e pesante lavoro di precisione manuale.

Flavio Corbetta impegnato nell’assemblaggio di una alesatrice

Il racconto delle fasi di lavorazioni del modello di Alesatrice CERUMATIC

Poi, una volta completamente levigato il piano di appoggio attraverso la procedura del blu di Prussia, che serviva per capire i punti di aderenza al processo di uniformità, si trasformavano in veri e propri artisti: con gli ultimi tocchi creavano infatti la cosiddetta fioritura da cui è scaturita la leggenda dei “ fiori sulla ghisa”, quella sorta di piccoli geroglifici che si notavano sul piano d’appoggio. Mansione “artistica” che è andata in archivio quando è arrivato l’ingegnere statunitense Robert Kurtwell che ha progettato una sorta di tappetino modulabile che sostituiva quel procedimento manuale, primo passo di un mutamento tecnologico. Svolgendo la mansione del montaggio ho avuto modo anche di avviare contatti con trasportatori e spedizionieri e così, poco dopo, sono stato spostato negli uffici amministrativi occupandomi delle attività di import export con l’estero per macchinari e ricambi. Un lavoro che mi ha consentito di perfezionarmi anche con qualche lingua straniera e ciò mi ha permesso di cambiare occupazione: assunto alla banca di Suez nel 1977.

L’esperto operaio Innocente Monti, maestro del giovane Corbetta

La lettera di assunzione in prova di Flavio Corbetta

Tuttavia i miei vent’anni alla Ceruti non li posso dimenticare perché sono cresciuto professionalmente e umanamente. Soprattutto mi è rimasta impressa la destrezza manuale degli operai nel far scorrere e approntare i vari pezzi da montare, frutto unicamente delle  loro capacità intellettive. Un vero gioco di incastri pezzo per pezzo, eseguito con meticolosa perizia e competenza. Una capacità professionale  che ha portato le macchine utensili della Ceruti, e di conseguenza il nome di Bollate, ad essere esportate in tutto il mondo.

Flavio Corbetta

All’estero grazie al baseball

Assunto nel 1960  con la qualifica di rettificatore, ho fatto il mio ingresso a soli 17 anni nel grande stabilimento che costeggiava la Garbogera a poche centinaia di metri da casa mia a Cascina delle Monache. Il vantaggio di lavorare a  km zero si direbbe oggi. Dal controllo della “center less”, letteralmente rettifica senza centri, ho imparato l’arte dell’assemblaggio e grazie alla conoscenza delle lingue inglese e francese, che avevo appreso sia da uno storico  collega Carlo Codognelli (che aveva cominciato a familiarizzare con gli idiomi stranieri durante un periodo di detenzione in un campo di prigionia inglese in tempo di guerra), sia attraverso la pratica del baseball ( ho fatto diverse trasferte estere con la nazionale), ho cominciato a girare insieme alla squadra dei montatori: Germania, Francia Norvegia, Polonia, spesso al seguito dal capo montatore Carlo Codognelli,un vero mago nel suo mestiere. Abbiamo vissuto diversi periodi fuori Italia, qualche volta prolungatisi  a causa di errori di assemblaggio. Uno dei più clamorosi a Capo Nord quando, dopo un mese di lavoro, conclusa la sistemazione dell’impianto elettrico, all’ultimo collaudo il mandrino anziché girare a destra girava a sinistra.

Modelli di grandi dimensione per il cui  montaggio era indispensabile la presenza del personale della Ceruti

Ahinoi,  l’ingranaggio era stato montato al contrario per cui Codognelli si è  dovuto sobbarcare in solitaria un altro periodo di lavoro per riposizionare il tutto. Memorabile pure la volta che dovette volare d’urgenza in Giappone in quanto i tecnici locali avevano confuso le istruzioni di montaggio: è stato  costretto a rimontare , da solo,il macchinario di tutto punto. Un lavoro dunque  che assorbiva  molto in termini di tempo fuori casa, ma che allo stesso tempo faceva risaltare la capacità della nostra manodopera decisamente esperta e all’avanguardia. Proprio la troppa lontananza da casa,  mentre cresceva la famiglia, mi ha portato ad accettare la proposta d’impiego dello sponsor del baseball cittadino, la Norditalia Assicurazioni.

Ho chiuso così un’ esperienza che  mi ha dato molto in termini professionali e umani. Gli anni della Ceruti sono stati veramente una formazione unica nel suo genere.

 Giuseppe “Teddy” Silva.

Teddy Silva con alcuni cimeli del suo glorioso passato nel baseball che lo ha portato in vari paesi stranieri, spesso in contemporanea con le trasferte estere della Ceruti. Foto © Giordano Minora

Un’esperienza professionale e familiare

Il 17 ottobre del 1966, 17 anni di età e diploma di disegnatore  appena acquisito alla scuola professionale di Milano, cominciavo per la prima volta il percorso che da Novate mi avrebbe condotto ogni mattina per ben dieci anni alla Ceruti di Bollate. Assunto come manovale specializzato al reparto fresatrici. Iniziavo un interessante percorso sia  professionale sia umano: in fabbrica ho pure conosciuto  quella che diventerà mia  moglie, Marinella Mariotti, impiegata  all’ufficio vendite estero-  paesi di lingua tedesca-. Primi stipendi  pagati settimanalmente, poi quindicinali e infine mensili: 67.000 lire il primo. Poco tempo dopo è avvenuto il mio debutto tra le fresatrici a mensola, usufruendo di una sostituzione ferie al posto di Giancarlo Cordara. Mi sono trovato nel reparto filettatrici con tre macchine per la filettatura da gestire e di cui una utilizzata appositamente per le viti senza fine. Concluse queste due settimane da vice e nelle quali me la sono cavata egregiamente, ho chiesto e ottenuto di passare al reparto montaggio, dapprima a quello delle teste AD e successivamente a quello completo della macchina. Trascorso un breve periodo di tempo, il capo ufficio Borona (tra i suoi incarichi aveva anche quello di sovraintendere archivio e stamperia perché all’interno della Ceruti c’era ogni tipo di funzione, nulla veniva fatto in esterna :si partiva dalle fusioni grezze fino al prodotto finito, verniciato e imballato) mi ha chiesto se volevo mettere in pratica il mio diploma. Ho risposto testualmente: “sto imparando l’intero processo produttivo e non mi dispiacerebbe far parte dell’ufficio tecnico, anche perché, ho aggiunto con un sorriso convincente,  l’officina è piuttosto fredda e soffro di geloni”. Detto, fatto sono entrato in quel reparto e ci  sono rimasto fino alla mia uscita nel Natale del 1976. Dieci anni esatti dentro lo stabilimento bollatese  nel quale  ho imparato tutto del mestiere. E’ stata veramente una scuola d’apprendimento quella di lavorare fianco a fianco con colleghi più anziani dentro un percorso produttivo organizzato passo passo nelle diverse fasi di lavorazione,  in tempi poi  in cui la tecnologia era ancora alle prime armi e quindi la manualità era preminente e dove niente era lasciato al caso anche in termini di sicurezza, all’epoca non ancora al centro dell’attenzione con leggi e normative specifiche. Affiancato da  lavoratori esperti, ricordo i miei primi angeli custodi, Piatti e Lucianino della Bovisa, che mi coadiuvavano in ogni azione, davano un occhio, controllavano, consigliavano. 

Manuali di modelli seguiti nella progettazione e produzione da Corrà

Basti pensare che in dieci anni di presenza nello stabilimento non ho mai assistito ad incidenti sul lavoro né mortali né gravi, c’era un gioco di squadra perfetto. A questo proposito rammento un episodio che mi è rimasto impresso: stavo lavorando al carroponte nei pressi di una fresa, quando un cavo  volante ad alta tensione da 380 volt , che era stato tirato sopra , si è staccato  improvvisamente finendo a pochi passi da me, provocando  una scia  di scintille che lo ha reso simile ad un serpente impazzito per come continuava a scodinzolare. Proprio l’accortezza di Giosuè Strada, il mio supporto esperto nella circostanza, mi ha permesso di allontanarmi nel modo adeguato per evitare ogni contatto pericoloso prima che fosse staccata la corrente  Anche da questo particolare si comprende come si poteva acquisire, se uno voleva, una professione specializzata a tutto tondo.  Un’esperienza quella della Ceruti di cui ho fatto tesoro quando giocoforza è iniziata l’agonia della fabbrica e mi sono trovato a girovagare in mezza Lombardia:  dal milanese al bresciano, dal pavese al comasco,  per poter continuare ad avere un’occupazione che mi portasse alla pensione. Oltre all’aspetto professionale e a quello familiare, porto con me l’immagine di una fabbrica coesa  dove regnava, almeno fino all’arrivo della Montedison,  un clima familiare,  ricordo tanti colleghi quali Zanolin, Flavio Corbetta, Dino Doniselli,  Sergio Cristoforetti, Luigi Zanetti, il membro del Cdf Alfredo Boniardi, e poi  gli emiliani Fossati e Savoini, che arrivavano da Piacenza, e Pedretti, proveniente da Roncole di Busseto, tutti e tre  in pensione dal “Cech”,  l’albergo Romani di via Roma  gestito dalla famiglia Cesati. Insieme a loro era pure alloggiato l’ingegnere capo Battistino Valsecchi, a significare che anche in fatto di ospitalità non c’erano divisioni di  rango professionale, l’unico privilegio di Valsecchi era quello di essere munito di autista, Luigi Messa,  che lo scortava in macchina nei suoi spostamenti quotidiani. Chiudo la mia testimonianza con un aneddoto passato alla storia dello stabilimento: durante gli anni del Ventennio, spesso i fascisti entravano in fabbrica per controllare i lavori che servivano per alimentare la macchina bellica. In questi frequenti sopralluoghi erano a conoscenza che alcuni lavoratori  partigiani nascondevano la pistola nel loro armadietto ma non li hanno mai denunciati ne sono mai intervenuti: erano consapevoli che questa manodopera specializzata era necessaria per mandare avanti la produzione e quindi “per amor di patria” era bene chiudere non uno ma entrambi gli occhi.

Alessandro Corrà

Il meccanico globetrotter

Nel 1962 ha varcato il cancello di via Madonna in Campagna: qualifica operaio assegnato al reparto collaudo. Da li è iniziata una lunga carriera che ha portato Gianfranco Dal Molin a diventare un autentico globetrotter nel nome della azienda: 35 anni targato Ceruti, 3 OMS. Affiancato da un elettricista, talvolta Martino Panza, in altre occasioni Glionna, ha girato il globo in lungo e in largo. Prima trasferta  Palermo, dopo aver ottenuto l’assenso della futura moglie Annamaria: “proviamo, cosa dici?”. Nel 1966 a Firenze, nei difficili giorni della drammatica alluvione, coniugando attività lavorativa ed emergenza ambientale. Da li ha avviato  un tour estero che lo ha condotto negli anni  in giro per il mondo, come ha accuratamente tenuto in conto la consorte: Barcellona, Madrid e poi in Francia, Parigi, Ruelle, Saint-Etienne. Successivamente Amsterdam, Bruxelles, Copenaghen, per poi attraversare la Manica direzione Wolverhampton.

Gianfranco Dal Molin nel suo ufficio . Alle sue spalle  la piantina del mondo con i vari punti corrispondenti ai clienti nei vari continenti

Nel 1968 a Mosca in contemporanea con i giorni turbolenti dell’invasione a Praga,  la piazza Rossa blindata e impossibile da visitare, un clima di tensione sociale che lo ha costretto a rimanere chiuso in albergo appena terminava l’orario di lavoro, con la beffa finale di vedersi la macchina fotografica manomessa ed oscurata. Quindi il trasferimento a 300 kilometri a Nord in località Ivanovo, conosciuta come la città delle spose, e dove non è mancata una gelida puntata “turistica” ai confini con la Siberia. Ancora la Germania, Hannover e Stoccarda, prima di approdare a Budapest e di seguito la Polonia, Wadovice, e la Romania, Oridea. Una trasvolata oltreoceano a Toronto in Canada . Nel 1972 lo sbarco in Cina,  una fiera a Pechino intitolata “Italia produce”, e poi di nuovo l’ Europa a Lisbona. L’ultima missione in Argentina. Un elenco di trasferte, in media uno o due mesi di permanenza fuori casa a seconda delle esigenze di montaggio, che mette in risalto come il made in Bollate by Ceruti sia stato esportato davvero in tutto il mondo, rappresentando un biglietto da visita di autentico orgoglio per la manifattura cittadina. Dopo tanti anni trascorsi con la valigia in mano, Dal Molin ha deciso che era scoccata l’ora di diventare stanziale: responsabile ufficio officina. Un compito con il quale poteva mettere a frutto e insegnare le sue capacità  tecniche, facendo  memoria delle sue esperienze straniere con i colleghi di una vita, Carlo Codognelli, Adriano Castiglioni, Isidoro Silva, Dino Doniselli, i sindacalisti Alessandro Toja e Mario Pagliari. lo chauffeur Luigi Messa, senza dimenticare Giuseppina Silva, una delle cuoche della mensa.

Gianfranco Dal Molin ( Piacenza 1941- Bollate 2023)

Il collaudo di alesatrici  presso clienti esteri

Pass di Gianfranco Dal Molin, in rappresentanza della Ceruti, per l’accesso al Centro Esposizioni di Pechino. Ottobre 1972

 Noi della villetta

Ing. Diplomata a giugno del 1971 alla scuola di lingue straniere  Manzoni di Milano, sognavo una bella e riposante vacanza estiva. Invece, viste le insistenze dei miei genitori di fronte alla lettera che mi proponeva da subito l’assunzione,  il primo luglio del 1971 entravo come addetta alle vendite estere in lingua inglese, francese e tedesco nella villetta degli uffici della Ceruti, situati proprio sotto i locali della mensa.  Il piano terra era infatti riservato agli spazi commerciali e direzionali. Sul lato destro c’era l’ufficio del direttore generale Ing. Battistino Valsecchi  (che arrivava da Genova e durante la settimana alloggiava all’albergo del “Cec”in via Roma). Di fronte era ubicato quello delle segretarie di direzione: Cecilia Milionario e Silvana Trovamala, quest’ultima assistente del direttore commerciale ingegner Giorgio Selle. Di seguito era ubicato l’ufficio vendite Italia, diretto dall’ingegner Roberto Riontino, con  Anna Maria Manderioli, Ida Giavari e Giovanna Paleari in qualità di segretarie, mentre sull’altro lato erano dislocati i tre uffici vendite estero:  paesi di lingua tedesca, responsabile prima l’ingegner Sala e poi Aldo Guareschi e in segreteria,  Rosalba Rossetti- futura consorte del tecnico progettista Andrea Strada- e  Marinella Mariotti – futura consorte di Alessandro Corrà-. Paesi di lingua inglese, coordinato  da Severino Guatelli, assistito dalla sottoscritta, Nicoletta Foschi, e Pinuccia Borroni, proveniente da Uboldo, con il papà che lavorava in officina; paesi di lingua spagnola con  Dante Montanari, responsabile, e Luisa Massazza assistente.

Lo stand della Ceruti alla 12^EEMU Esposizione Europea Macchine Utensili  Milano Ottobre 1971. Da sinistra, Nicoletta Foschi, Ida Giavari, Giovanna Paleari, Rosalba Rossetti

In un’apposita stanza sul fondo erano installati il fondamentale telex assieme a una delle prime fotocopiatrici. Quante offerte estere, quante corrispondenze a fornitori, spedizionieri e clienti stranieri sono partite da quelle apparecchiature,  lettere tutte validate da un dirigente di settore e di conseguenza quanti kilometri abbiamo percorso attraverso i capannoni, tra gli sguardi ammiccanti degli operai, per avere l’ok del capo. Eravamo comunque un bel gruppo di ragazze, tutte piuttosto giovani e quasi contemporaneamente tutte neo sposine, per cui la pausa dopo la mensa era incentrata sull’economia domestica, gli scambi di ricette, i lavori casalinghi. Eravamo impiegate anche come addette alla reception nello stand aziendale alle fiere di settore . In occasione  dei  cinque giorni di presenza all’EMU- Esposizione Macchine Utensili-, nell’ottobre del 1971 alla fiera di Milano, eravamo abbigliate con la divisa  aziendale confezionata appositamente per noi: tailleur blu, tre magliette bianco, gialla e azzurra da indossare a rotazione, e sulla giacca una spilla dorata a forma di truciolo, simbolo della lavorazione delle macchine utensili. Da questo particolare si può intuire come nulla fosse lasciato al caso e venisse curato ogni dettaglio nel rappresentare il nome della Ceruti. I primi anni Settanta sono stati veramente anni d’oro in un clima di identificazione e compattezza che si riverberava anche tra i dipendenti: il nostro gruppo di ragazze era molto coeso e affiatato. Addirittura quando eravamo in stato interessante, venivamo letteralmente coccolate dalle addette alla mensa, i cui locali si trovavano proprio sopra i nostri uffici. Così a meta mattina “per soddisfare le nostre voglie”, riuscivamo ad avere sottobanco panini imbottiti chi alla pancetta, chi alla mortadella, chi al prosciutto, segno del clima di affetto reciproco che si era instaurato. A conferma di questo sentimento di amicizia nel 1978, quando per la crisi ho dovuto lasciare la Ceruti approdando in Omcsa a Baranzate, sono riuscita poco dopo a far assumere l’amica collega dell’amministrazione Rosa Broggi. Testimonianza concreta di un legame umano che, sbocciato nella fabbrica di via Madonna in Campagna ,si è consolidato e prosegue tuttora a distanza di anni.

Nicoletta Foschi.

La scoperta di un mondo in tutti i sensi

Ventiquattro anni compiuti da poco,  ho debuttato alla Ceruti nel pieno delle lotte operaie dell’autunno caldo, correva l’anno 1969 e mi si è aperto un mondo allora totalmente sconosciuto e che mi ha coinvolto da subito nel fervore partecipativo di quel focoso periodo, seppure con qualche titubanza perché non ero abituata alla logica organizzativa e di relazioni di una grande azienda. Assegnata all’ufficio amministrazione, gestione clienti Italia, inserito nel lungo corridoio dove erano collocati i vari uffici direzionali e le cui vetrate davano sul capannone officina. Insieme alla collega Pinuccia Arosio eravamo addette all’ufficio cassa e clienti , sotto la giurisdizione del dottor Giuseppe Mazzi, direttore amministrativo, del suo vice dottor Giancarlo Scaramelli e con Giordano Scarioni come capo contabilità industriale. A differenza delle colleghe allocate nella villetta che godevano del privilegio di potersi  vestire come volevano, noi degli uffici a piano terra dovevamo indossare il grembiule, inizialmente blu e poi azzurro. Del mio primo giorno ho un ricordo di timidezza iniziale, sfociata in imbarazzo in quanto ho imboccato la porta sbagliata per recarmi alla direzione personale, si trovava letteralmente dalla parte opposta ,  per cui ho dovuto compiere il lungo tragitto che affiancava l’officina sotto gli sguardi curiosi  e allusivi degli operai. Un altro timore dell’esordio in fabbrica è stato quello di essere coinvolta nei vari momenti di sciopero che costellavano le giornate: era in corso la difficile vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici  per cui, spesso a sorpresa durante la giornata , improvvisamente si udiva il frastuono sempre più incessante del battere di attrezzi e oggetti di ferro che dava inizio ai cosiddetti scioperi selvaggi, accompagnati dal grido “fuori tutti”. Siccome ero nei mesi di  prova temevo di poter avere delle conseguenze per la futura assunzione. Ottenute rassicuranti garanzie dall’agguerrito Consiglio di Fabbrica, ho potuto lavorare più tranquillamente partecipando senza problemi a scioperi e manifestazioni.

A sinistra, l’edificio chiamato villetta che ospitava la Direzione, gli uffici commerciali, la mensa. A destra, la ciminiera lungo la via Madonna In Campagna

Me ne è rimasta impressa una in particolare, un presidio a Milano sotto la sede della Montedison in foro Bonaparte: chiedevamo garanzie per il nostro futuro dopo che il presidente della società Eugenio Cefis, uno dei massimi esponenti di quella che era chiamata all’epoca  razza padrona, aveva dichiarato la Ceruti ”un ramo secco da tagliare”. Un nostro dirigente, l’ingegnere Paride Brunetti – che aveva  combattuto con lui durante la resistenza nelle fila della brigata dei fratelli Di Dio con il nome di battaglia Bruno-  innalzava un grande cartello sul quale era sottolineata  la comune militanza partigiana e lo invitava a gran voce con un altoparlante  a non tradire quel mandato nella speranza di attirare l’attenzione dello stesso Cefis. Cosa che immagino non avvenne perché poi abbiamo visto come è andata a finire.  Lo stesso Brunetti, da noi chiamato familiarmente ingegner cartella perché aveva sempre una cartella sottobraccio, era il meticoloso responsabile del reparto traffico e vendite, ossia le spedizioni, che aveva improntato all’insegna del massimo ordine con schedari allineati e precisi e con ciascun documento riconoscibile non solo dalle lettere ma dal colore delle matite, per cui le sue impiegate Miranda Santambrogio, Margherita Grillo, oltre all’addetto spedizioniere Flavio Corbetta, si trovavano sulla scrivania ordini e preventivi di spesa suddivisi da colori  diversi.  A proposito di spedizioni, ricordo che dovevamo evadere un ordine di un mastodontico macchinario, un  mega centro di lavoro,  in Argentina. Gli accordi stabiliti prevedevano che la Ceruti fosse responsabile della consegna fino all’imbarco sulla nave al porto di Genova. Una volta caricato il manufatto, il committente sudamericano liquidava il compenso e si assumeva la responsabilità del trasporto via mare fino alla meta di destinazione. Dunque lavori di imballaggio e montaggio accuratissimi, con l’affitto di una piattaforma millepiedi per caricare e trasportare il macchinario, un’operazione talmente elaborata e difficoltosa, considerate le dimensioni dell’impianto, che all’uscita dal capannone l’autoarticolato nel fare manovra ha urtato un angolo dell’ufficio archivio demolendolo in parte. Appena  imbarcato sulla nave, il nostro direttore amministrativo dottor Lo Monaco, che aveva seguito tutto lo stato di avanzamento dei lavori di carico sulla nave, ha potuto consegnare i documenti in banca e riscuotere il lauto compenso. Tuttavia, una volta  arrivato a destinazione, nella fase di scarico il gigantesco macchinario é finito nelle acque del mar del Plata e per recuperarlo ci sono volute lunghe e delicate operazioni terminate le quali, per reinstallare la macchina, si è reso necessario da parte della azienda argentina siglare una nuova lettera di credito  per finanziare l’invio di una squadra di montatori per far funzionare il tutto. Piccola curiosità: insieme al macchinario la spedizione prevedeva un impianto hi-fi destinato al nostro rappresentante argentino, malauguratamente inghiottito nei fondali marini. Un analogo incidente, seppur in dimensioni minori, era avvenuto in Algeria, qui  il vento del deserto del Sahara aveva fatto finire la sabbia negli ingranaggi rendendo necessario il ricorso a un pronto intervento manutentivo. In fatto di rapporti esteri avevamo una rete di distributori dislocata  veramente in  tutto il mondo, rammento in particolare  la Roberts and Porter negli Stati Uniti che, tra l’altro, aveva realizzato uno spot pubblicitario che magnificava le eccellenze produttive del marchio Ceruti facendole conoscere in tutti gli States ( “ Having trouble finding a suitable boring and milling machine? Ceruti can provide a full line! “). La Hahnn & Kolb a Stoccarda in Germania, la Rockwell in Inghilterra, mentre per inviare in Cina, paese allora off limits, bisognava effettuare una triangolazione con una società svizzera. Altrettanto difficoltose le spedizioni con i paesi dell’Est, a cominciare da Polonia e Romania, dove bisognava interfacciarsi con i governi locali. Insomma, una lunga serie di lungaggini procedurali svolgendo le quali si manifestavano gustosi aneddoti accompagnati  dal ricordo di tanti colleghi. Penso a quelli degli uffici limitrofi al nostro:  Maria Sala, Giuliana Barlassina,  Luigi Meroni, anche membro del Cdf, Vittoria, Giuseppina Doniselli, addetta al centro elaborazione dati. Ancora, l’ufficio personale con il dottor Borghi e Fumagalli, che era anche direttore della mensa,  la loro impiegata Virginia, l’addetta al magazzino Maria Teresa Duò e l’addetto Anelli, il ragionier Somasco di Novate Milanese, noto perché era anche presidente della Cooperativa edificatrice di quel paese. Questo amarcord mi riporta alla  memoria nomi e volti di altri colleghi, qualcuno ahimè scomparso come Remo  Fugagnoli.

Una riunione dell’ufficio commerciale – anni 70

Cartellina usata per le pratiche

Soprattutto mi è rimasta impressa la vicenda umana  di un progettista di cognome Lisignoli che tutti i giorni faceva avanti e indietro da Morbegno in Valtellina perché  non voleva stare lontano dai suoi due figli piccoli. Poi, in ordine sparso, rammento Pezzini, tecnico elettronico,  l’ingegnere progettista Pescosolido, Gianfranco Roldi, responsabile dell’ufficio tempi e metodi,  il suo impiegato Bonfanti, convolato a nozze con la collega Bonfà, Antonio Angelini, l’aresino Casero, Marco Vaghi, Loredana Calligaro e gli agguerriti esponenti del consiglio di fabbrica Ferruccio Tedoldi,  Rino Maggi, Alfredo Boniardi, Gerardo Rampino, il cassinanovese Benassi, che era anche l’allenatore della squadra di calcio del Cral aziendale, Sergio Telaroli, Antonio Fedele, Maurizio Sala, noto come il “Che della Ceruti”. Per ultima tengo la collega con cui mi sono legata a vita,  Nicoletta Foschi. Pur essendo dislocata nella parte nobile, ossia gli uffici commerciali della villetta, ha instaurato  con me una rapporto profondo che si è consolidato nel tempo. Sarà stato per la vicinanza di idee, per i comuni interessi, per avere avuto i figli in contemporanea ne  è scaturita una amicizia autentica. Concludendo, posso dire che, al di là delle svariate vicissitudini che hanno segnato la vicenda della fabbrica,  i miei  12 anni di Ceruti sono stati formidabili : ho scoperto  un ambiente di lavoro innovativo per quei tempi, complesso e sindacalizzato ma ben organizzato e con una certa sintonia  tra i lavoratori, dove era sì riconosciuta l’autorità dei superiori ma, a  differenza di altri luoghi nei quali esisteva un unico “sciur padrun”, non si cercava di arruffianarseli per avere dei vantaggi personali. Almeno finché ci sono stata  fino 1981, quando ormai si stava avverando la previsione di Cefis del ramo secco da tagliare. Ripensandoci a distanza di anni, quella predizione provoca in me un profondo senso di amarezza.

Rosa Broggi

Rosa Broggi

Le trasferte turbolenti e il servizio militare in Marina

Classe 1952, assunto in Ceruti a 16 anni, ottobre 1968. Per me che abitavo in via Fermi alla Cooperativa bastava una camminata di poco meno di 5 minuti, quasi sempre in compagnia di un collega amico, il compianto  Paolo Bonini,  per recarmi sul posto di lavoro.  All’atto dell’assunzione la politica aziendale non prevedeva il periodo di apprendistato, si veniva già inseriti con la qualifica di operai di primo livello, il tirocinio consisteva nell’essere affiancati da colleghi esperti per raggiungere una completa formazione professionale. Ed era una preparazione ottimale, tanto che appena raggiunta  la maggiore età dei 18 anni, al seguito del collaudatore anziano Beretta, ho effettuato la prima delle innumerevoli trasferte della mia carriera: 14 giorni in Francia  in un’azienda situata al confine con il Belgio, nazione dove era ubicato il nostro albergo per cui ogni giorno dovevamo passare la frontiera per recarci al lavoro. Se non per l’ebbrezza di aver provato per la prima volta il volo aereo tra Milano e Parigi  non mi sono rimasti ricordi particolari. Ricordi invece che riaffiorano con chiarezza per i  tre mesi trascorsi in Argentina in località La Plata, 40 kilometri circa dalla capitale Buenos Aires . Era l’epoca della giunta militare, il governo era guidato dal generale Leopoldo Galtieri. Insieme al mio compagno di spedizione, l’elettricista Lonigro, eravamo impiegati in una grande fabbrica statale letteralmente sorvegliata da un generale in un clima interno molto controllato: non era possibile soffermarsi a parlare con i dipendenti argentini, praticamente dovevamo svolgere le nostre mansioni in rigoroso silenzio. Dopo 90 giorni di permanenza, ai primi di aprile, pur non avendo ultimato il nostro operato siamo stati richiamati in Italia perché il clima ,sia in fabbrica sia all’esterno, si era fatto caotico e pesante: era scoppiata  la guerra delle Falklands- Malvinas tra Argentina e Inghilterra e la situazione si era fatta decisamente incandescente e pericolosa. Da un regime militare a uno comunista il passo è stato breve, infatti poco più tardi  sono partito per la prima delle due trasferte in Romania presso fabbriche gestite dallo stato. L’impressione, appena sceso dall’aereo,  è stata quella di vedere ovunque una grande povertà  alla quale si aggiungeva una difficoltà operativa. Dopo l’obbligatorio scalo a Bucarest per espletare le rigorose formalità doganali, siamo stati presi in carico da un responsabile aziendale, per la verità aveva più le fattezze di  un commissario governativo,  che ci ha condotto a Bacon in uno stabilimento piuttosto approssimativo in quanto non appena si riscontrava  qualsiasi problema legato ai lavori in corso bisognava fermarsi per fare lunghe riunioni con i responsabili .A questo prima trasferta è legato un gustoso aneddoto che da l’idea della situazione di complicanza e difficoltà in cui ci trovavamo ad operare: all’atto di terminare l’impianto oleodinamico con i tubi da collegare, abbiamo scoperto che questi ultimi, vista la loro alta qualità rispetto a quelli locali,  erano stati trafugati dagli stessi operai con l’obiettivo di costruirsi delle slitte. A seguito di una severa indagine investigativa interna, il materiale è tornato disponibile e l’operazione è stata completata. La seconda spedizione romena, sempre in una fabbrica dello stato, è stata in una sperduta località del nord del paese, non prima però di aver fatto scalo nella capitale per le operazioni di verifica doganale di rito.

Uno dei modelli di grandi dimensioni presso un cliente estero

Dalla precarietà della Romania alla perfetta organizzazione scandinava. Nella trasferta di 40 giorni in Norvegia, a Drammen – conosciuta come la città dormitorio di Oslo, dista una 40ina di kilometri dalla capitale- in coppia con l’elettricista Gustavo De Ponti ci siamo trovati a lavorare in un ambiente sereno e collaborativo di una azienda privata, affiancati da  Hans, un dipendente locale che ci supportava sia nella lingua sia in ogni tipo di esigenza, soprattutto ci seguiva anche nel tempo libero e nonostante fossimo in pieno inverno, con neve in abbondanza e temperature polari – 35 di notte -20 di giorno, siamo riusciti anche a visitare paesaggi da fiaba. L’ultima trasferta degna di nota, i 40 giorni trascorsi a Parigi-Versailles per montare e smontare le macchine di produzione Ceruti in esposizione alla fiera di settore, l’ultima a cui ha partecipato il nostro storico marchio. Di trasferte ne ho poi fatte altre con i proprietari che sono subentrati, dapprima Pama di Verona e successivamente Berardi di Brescia. Azienda, quest’ultima, che nel settembre del 1992 ha portato alle mie dimissioni e alla cessazione dell’attività di una gloriosa esperienza industriale e della quale serbo  memorie condivise in chiaroscuro: gli inizi all’insegna dell’apprendimento professionale dentro una perfetta organizzazione del lavoro, la collaborazione tra colleghi, specialmente il rapporto anziani e giovani nell’affrontare le trasferte. Oltre a questo, anche momenti simpatici di evasione post lavoro, penso alle molteplici opportunità che offriva il Cral nella villetta stile liberty,  dal bar con tanto di biliardo ai campi gioco per le bocce, ai tornei di pesca e di tennis, a cui ho avuto modo di partecipare, alla squadra di calcio impegnata nei campionati aziendali e nei tornei serali del milanese. Il rovescio della medaglia ha inizio dalla metà degli anni Settanta dall’ingresso , insieme alla Montedison , della finanziaria FIMEC che anziché incentivare quell’autentico fiore all’occhiello rappresentato dal comparto meccanico ha puntato su altri settori, con diversi passaggi di mano che hanno depauperato l’aspetto manifatturiero innescando un duro periodo di lotte sindacali, culminate in difficili vertenze, occupazioni , con sistematiche fasi di ricorso alla cassa integrazione e  relativi  tagli di personale, tutti  interventi propedeutici alla messa in liquidazione. Morale: la Montedison si è servita del marchio Ceruti per penetrare nei mercati esteri che le erano preclusi.  Insieme alle macchine utensili proponeva e consigliava  i suoi prodotti chimici. Raggiunto l’obiettivo ha abbandonato  a sé stessa la nostra fabbrica in una tipica logica di profitto. Naturalmente, essendo stato assunto in giovane età come dipendente del gruppo Montedison, società iscritta nell’albo marinaresco, come la maggior parte dei miei colleghi ho prestato il servizio militare in marina: 24 mesi di ferma. Compensati, al  momento del congedo, con l’avanzamento di qualifica al terzo livello e quindi disponendo di una maggiore autonomia lavorativa.

Enrico Minora

Dal raschietto all’Algeria: 23 anni di Ceruti

La Ceruti era una grande ditta, e sottolineo con una punta di amarezza quell’era.   Ci ho lavorato per  ben 23 anni, fino al 1984, nel capannone più grande della fabbrica di via Madonna in Campagna, eravamo all’opera in quaranta operai. Assunto nel 1961, ho fatto parte dapprima della squadra dei raschiettatori, quelli passati alla storia aziendale come gli artisti dei fiori sulla ghisa per la capacità  manuale di livellare le barre di ghisa da ogni scoria per renderle uniformi. Successivamente  sono diventato aiuto montatore ed è cominciata la seconda parte della mia carriera professionale ,quella con la valigia in mano. Trasferte in Italia: Legnano, Udine, Reggio Emilia, ed estere:  Germania, Turchia e in particolare Algeria, paese dove il vento del deserto talvolta ci ha creato problemi: la sabbia del Sahara finiva negli ingranaggi dei macchinari allungando così i tempi di montaggio. Queste trasferte sono state comunque esperienze significative sia dal punto di vista lavorativo che umano. Ho potuto, da un lato, familiarizzare e affiatarmi di più con i colleghi che mi affiancavano, dall’altro scoprire e conoscere nuovi mondi con usi e costumi differenti .Che dire, mi sono sempre trovato bene nei miei anni in Ceruti. Ed è per questo che mi amareggia il fatto che la vicenda di questo glorioso marchio sia finita così in malo modo.

Roberto Zanotti

A sinistra, Roberto Zanotti e Sergio Cristoforetti in trasferta in Algeria. A destra,gruppo di algerini vicini alla Ditta in cui lavoravano i dipendenti della Ceruti

Una storia fatta anche di socialità

Accanto all’impegno professionale e alle testimonianze di chi ha vissuto l’azienda in prima persona, emerge un altro aspetto prezioso: quello della vita sociale in azienda. Attraverso una serie di immagini storiche, ripercorriamo momenti di condivisione e riconoscimento, dagli avvisi di ferie inviati ai clienti ai premi per l’anzianità di servizio. Ritroviamo la tessera del Gruppo Aziendale Anziani, l’attestato di benemerenza consegnato a Gianfranco Dal Molin per i suoi 25 anni di lavoro, la tessera del CRAL aziendale, e ancora le premiazioni storiche di dipendenti come Giuseppe Panza e Alessandro Toja, che nel 1970 ricevettero un orologio inciso come simbolo di riconoscenza. Una testimonianza concreta di quanto il senso di appartenenza e la valorizzazione delle persone abbiano sempre fatto parte del DNA aziendale.

Alessandro Toja e Giuseppe Panza ricevono l’orologio d’oro come segno di riconoscimento per l’anzianità lavorativa conseguita – 1970

L’orologio ricevuto da Panza Giuseppe con incisione personalizzata

Tessera del Gruppo Aziendale Anziani

Tesera del Circolo Aziendale Cral

Cartoncini  inviati a clienti per comunicare il periodo delle ferie annuali

L’eccellenza delle alesatrici: cuore tecnologico dell’azienda

Nel panorama dell’industria meccanica italiana, l’azienda si è distinta per l’elevato livello di specializzazione nella produzione di alesatrici industriali. Macchine utensili di precisione, robuste e affidabili, progettate per rispondere alle esigenze più complesse del settore manifatturiero. Ogni alesatrice rappresentava il frutto di una sapiente combinazione tra ingegno tecnico, cura artigianale e innovazione progettuale. È proprio grazie a questi prodotti d’eccellenza che l’azienda ha consolidato nel tempo la propria reputazione a livello nazionale e internazionale, diventando un punto di riferimento per la qualità del made in Italy nella meccanica pesante.

Una vita a maneggiare notizie tra giornali, radio e tv,  tanto da farne un libro autobiografico, Ho fatto solo il giornalistaMilanista da sempre, (ritiene che la sua più bella intervista l’abbia realizzata con Gianni Rivera), appassionato di ciclismo, (è coautore del libro Una storia su due ruote), amante della musica jazz (è presidente dell’Associazione Bollate Jazz Meeting). Gaudente a tavola, soprattutto in buona compagnia.  Insomma, gran curioso di storie, di umani e di situazioni.
Paolo Nizzola

Ha sempre coltivato diverse passioni. La musica nei suoi aspetti più vari, la fotografia, la storia locale e lo  sport sono sempre stati al centro dei suoi interessi. Una costante curiosità per tutto ciò che lo circonda lo ha portato a conoscere molti jazzisti italiani e americani o a scoprire aspetti dimenticati di quanto avvenuto in passato nella sua città. Ha collaborato alla realizzazione delle pubblicazioni Bollate 100 anni di immagini (1978), Una storia su due ruote (1989), Il Santuario della Fametta (2010), La Fabbrica dimenticata (2010), Il soggiorno a Bollate di Ada Negri (2014). Ha curato anche diverse mostre fotografiche, fra le quali La prima guerra mondiale nella memoria dei Bollatese (2015), La Fabbrica dimenticata (2010), I 40 anni di Radio ABC (1977). È tra i fondatori dell’Associazione Bollate Jazz Meeting (1994) di cui è segretario.
Giordano Minora