Me ne è rimasta impressa una in particolare, un presidio a Milano sotto la sede della Montedison in foro Bonaparte: chiedevamo garanzie per il nostro futuro dopo che il presidente della società Eugenio Cefis, uno dei massimi esponenti di quella che era chiamata all’epoca razza padrona, aveva dichiarato la Ceruti ”un ramo secco da tagliare”. Un nostro dirigente, l’ingegnere Paride Brunetti – che aveva combattuto con lui durante la resistenza nelle fila della brigata dei fratelli Di Dio con il nome di battaglia Bruno- innalzava un grande cartello sul quale era sottolineata la comune militanza partigiana e lo invitava a gran voce con un altoparlante a non tradire quel mandato nella speranza di attirare l’attenzione dello stesso Cefis. Cosa che immagino non avvenne perché poi abbiamo visto come è andata a finire. Lo stesso Brunetti, da noi chiamato familiarmente ingegner cartella perché aveva sempre una cartella sottobraccio, era il meticoloso responsabile del reparto traffico e vendite, ossia le spedizioni, che aveva improntato all’insegna del massimo ordine con schedari allineati e precisi e con ciascun documento riconoscibile non solo dalle lettere ma dal colore delle matite, per cui le sue impiegate Miranda Santambrogio, Margherita Grillo, oltre all’addetto spedizioniere Flavio Corbetta, si trovavano sulla scrivania ordini e preventivi di spesa suddivisi da colori diversi. A proposito di spedizioni, ricordo che dovevamo evadere un ordine di un mastodontico macchinario, un mega centro di lavoro, in Argentina. Gli accordi stabiliti prevedevano che la Ceruti fosse responsabile della consegna fino all’imbarco sulla nave al porto di Genova. Una volta caricato il manufatto, il committente sudamericano liquidava il compenso e si assumeva la responsabilità del trasporto via mare fino alla meta di destinazione. Dunque lavori di imballaggio e montaggio accuratissimi, con l’affitto di una piattaforma millepiedi per caricare e trasportare il macchinario, un’operazione talmente elaborata e difficoltosa, considerate le dimensioni dell’impianto, che all’uscita dal capannone l’autoarticolato nel fare manovra ha urtato un angolo dell’ufficio archivio demolendolo in parte. Appena imbarcato sulla nave, il nostro direttore amministrativo dottor Lo Monaco, che aveva seguito tutto lo stato di avanzamento dei lavori di carico sulla nave, ha potuto consegnare i documenti in banca e riscuotere il lauto compenso. Tuttavia, una volta arrivato a destinazione, nella fase di scarico il gigantesco macchinario é finito nelle acque del mar del Plata e per recuperarlo ci sono volute lunghe e delicate operazioni terminate le quali, per reinstallare la macchina, si è reso necessario da parte della azienda argentina siglare una nuova lettera di credito per finanziare l’invio di una squadra di montatori per far funzionare il tutto. Piccola curiosità: insieme al macchinario la spedizione prevedeva un impianto hi-fi destinato al nostro rappresentante argentino, malauguratamente inghiottito nei fondali marini. Un analogo incidente, seppur in dimensioni minori, era avvenuto in Algeria, qui il vento del deserto del Sahara aveva fatto finire la sabbia negli ingranaggi rendendo necessario il ricorso a un pronto intervento manutentivo. In fatto di rapporti esteri avevamo una rete di distributori dislocata veramente in tutto il mondo, rammento in particolare la Roberts and Porter negli Stati Uniti che, tra l’altro, aveva realizzato uno spot pubblicitario che magnificava le eccellenze produttive del marchio Ceruti facendole conoscere in tutti gli States ( “ Having trouble finding a suitable boring and milling machine? Ceruti can provide a full line! “). La Hahnn & Kolb a Stoccarda in Germania, la Rockwell in Inghilterra, mentre per inviare in Cina, paese allora off limits, bisognava effettuare una triangolazione con una società svizzera. Altrettanto difficoltose le spedizioni con i paesi dell’Est, a cominciare da Polonia e Romania, dove bisognava interfacciarsi con i governi locali. Insomma, una lunga serie di lungaggini procedurali svolgendo le quali si manifestavano gustosi aneddoti accompagnati dal ricordo di tanti colleghi. Penso a quelli degli uffici limitrofi al nostro: Maria Sala, Giuliana Barlassina, Luigi Meroni, anche membro del Cdf, Vittoria, Giuseppina Doniselli, addetta al centro elaborazione dati. Ancora, l’ufficio personale con il dottor Borghi e Fumagalli, che era anche direttore della mensa, la loro impiegata Virginia, l’addetta al magazzino Maria Teresa Duò e l’addetto Anelli, il ragionier Somasco di Novate Milanese, noto perché era anche presidente della Cooperativa edificatrice di quel paese. Questo amarcord mi riporta alla memoria nomi e volti di altri colleghi, qualcuno ahimè scomparso come Remo Fugagnoli.