Il suo nome era Ceruti: l’epilogo

Quando agli operai dissero di togliersi dai piedi

A destra, l’edificio denonimato “La Villetta” in cui avevano sede la Direzione, gli uffici amministrativi, la mensa e il Cral Aziendale. Sullo sfondo la Portineria e la cancellata lungo la via Madonna in Campagna

“Scrivere di industria è, dunque, scrivere di complessità e di conflitti. Ma proprio di conflitti è intessuta la società industriale. Conflitti tra capitale e lavoro, tra tempo della produzione e tempo del riposo. Tra innovazioni tecologiche e difesa dei diritti legati al posto di lavoro. Tra spinte indispendabili all’innovazione e spiriti di conservazione che percorrono trasversalmente tutta la complessità umana che si muove ‘dentro’ e ‘attorno’ all’industria: dagli operai ai manager, dai tecnici agli azionisti, dagli uomini e dalle donne delle istituzioni agli abitanti di paesi e città che proprio dall’industria traggono identità e vita, sofferenza e ricchezza”

Ralph Dahrendorf (storico)

Ci sono due volantini, rigorosamente ciclostilati in bianco e nero come da usanza dell’epoca, che raccontano meglio di ogni  altra cosa l’amaro epilogo della vicenda Ceruti. Rappresentano la pietra tombale, quella che  mette la parola fine a anni travagliati di conflitti sindacali, scioperi, manifestazioni, incontri pubblici e istituzionali. Uno annuncia l’assemblea aperta del 9 dicembre del 1991; l’altro, una manciata di giorni dopo, sentenzia :”da 19 mesi senza salario, da 9 mesi c’è il commissario, dal 29 gennaio tutti licenziati”. Della serie: signori si chiude, toglietevi dai piedi.

In questa drastica decisione, suonano inutili i propositi presi dai rappresentati dei lavoratori, dall’ amministrazione comunale, dalle forze politiche e sociali, in quella che risulterà essere stata l’ultima assemblea :”individuare gli strumenti per il rilancio produttivo e il risanamento economico, assegnando alle singole realtà una missione produttiva per il rilancio industriale e la salvaguardia dei livelli occupazionali previsti dagli accordi”. Rimarranno parole al vento. Nel marzo del 1992 l’azienda di via Madonna in Campagna è definitivamente chiusa per insolvenza e posta in amministrazione straordinaria. Nel gennaio del 1993 la direzione avanza la richiesta di cessazione dell’attività produttiva e nel gennaio del 1994 c’è la serrata definitiva. Si mette la parola fine a una storia industriale partita nel dopoguera con il vento in poppa in una rapida espansione commerciale a livello internazionale, tanto da essere guardata come eccellenza della meccanica made in Italy.

Le comunicazioni che preannunciano l’addio

Negli anni Settanta, l’inizio del  declino: l’ingresso della Montedison seguito dal  gioco delle incorporazioni societarie (Montefibre) e poi del mondo finanziario (FIMEC, partecipata al 50% con la Snia), con mutamenti strategici, spesso contrastanti, uniti a  repentini cambiamenti dei vertici aziendali che han portato al ridimensionamento produttivo e all’avvio di una stagione di conflitti, con il massiccio  ricorso alla cassa integrazione e alla messa in liquidazione “di rami secchi da tagliare”. Provvedimenti ultimativi accompagnati successivamente da speranze di ripartenza attraverso nuovi soci (prima Pama e poi Berardi), mai effettivamente concretizzatesi, segno di una instabilità gestionale, con relativa incapacità di adattamento alle trasformazioni del mercato, che ha portato a rilevanti conseguenze economiche e alla divisione dei lavoratori stessi.  Una gloriosa storia industriale e di economia cittadina finita malamente e  che lascia sul campo strascichi fatti di illusioni, speranze, delusioni a polemiche.  Nel 1996, dopo alcuni anni di abbandono, l’area venne acquistata dalla ditta Beretta Rottami e destinata a deposito di materiali metallici dismessi. I capannoni persero la loro funzione originaria e l’intero complesso entrò in una fase di progressivo degrado conclusasi, dopo decenni in stato di abbandono, con la sigla dell’accordo di  programma del giugno 2025 tra il comune di Bollate e le Officine Mak srl di Milano per l’avvio dell’operazione di regenerazione urbana per la nuova destinazione dell’area: l’industria manufatturiera lascia spazio all’edilizia, al terziario, al commercio e ai servizi.

Restano le voci di chi questa storia l’ha fatta e, suo malgrado, subita.

Il passaggio a livello,  attraversato giornalmente da centinaia di operai bollatesi per recarsi al lavoro, e l’edificio denominato “La Villetta”

La Centrale Elettrica e altri reparti lungo la via Madonna in Campagna

Il muro di cinta verso il santuario della Madonna in Campagna

L’esperienza del Consiglio di Fabbrica

Sono entrato in Ceruti nel 1962  in qualità di  operaio magazziniere, per poi passare come impiegato nell’ufficio addetto al magazzino. Da subito mi sono sentito inserito in una famiglia allargata: ero molto giovane e sono stato accolto come un figlio. I miei superiori e miei colleghi hanno fatto di tutto perché  mi trovassi a mio agio. Una sensazione fantastica, al punto di preferire i giorni feriali alla domenica. La Ceruti in quegli anni si stava sviluppando in maniera vertiginosa, con 500 dipendenti e con i problemi tipici delle aziende di medio grandi dimensioni. Essendo entrata nella galassia Montedison aveva assunto le caratteristiche simili alle imprese pubbliche. Si era costituito, in sostituzione della Commissione Interna,  un Consiglio di Fabbrica, molto combattivo e allo stesso tempo rispettato dalla dirigenza. Anche se composto prevalentemente da persone di estrazione comunista, i rapporti tra le parti, come si usava dire, erano buoni. A testimoniarlo un particolare molto significativo di quell’epoca. Successe che un operaio sulla cinquantina, con moglie e due figli piccoli  a carico, si ammalasse di tumore e tra intervento chirurgico e convalescenza avesse superato il periodo massimo consentito di malattia.

Presidio dei lavoratori della Faema e della Ceruti in Galleria Vittorio Emanuele. Foto Silvestre Loconsolo – ©Archivio del Lavoro

Assemblea aperta in fabbrica – Foto Silvestre Loconsolo – ©Archivio del Lavo

Visita di un addetto commerciale vietnamita alla fabbrica Ceruti – Foto Silvestre Loconsolo – ©Archivio del Lavo

Una delle innumerevoli assemblee aperte alla Ceruti. Al microfono, Adriano Japà  – Foto Silvestre Loconsolo – ©Archivio del Lavo

Ciò comportava allora il licenziamento automatico. Su insistenza del Consiglio di Fabbrica, fu raggiunto un accordo con la direzione e  gli venne concessa la possibilità di rientrare al lavoro il tempo necessario per poter riottenere l’accesso alla malattia. Seduto su  una poltrona nascosta in magazzino, ha trascorso inoperoso il lasso di tempo indispensabile per poter usufruire della proroga. Una volta poi guarito ha ripreso il suo regolare lavoro in officina. Una prova di solidarietà aziendale che si è manifestata anche in altre occasioni nei confronti di lavoratori con alle spalle precarie situazioni familiari e di salute. A proposito di buone relazioni, ricordo un altro avvenimento che avrebbe invece potuto comprometterle. Una delegazione cinese era in visita alla fabbrica durante il periodo degli scioperi selvaggi dell’autunno caldo del 1969 – era in ballo il difficile rinnovo del contratto dei metalmeccanici – e mentre si trovava negli uffici della direzione amministrativa all’improvviso gli operai smisero di lavorare e si avviarono in corteo, con tanto di tamburi e fischietti, verso la sede della riunione. Vedendo questa chiassosa marea di tute blu che faceva irruzione nel luogo dell’incontro, la delegazione cinese si spaventò e stava per interrompere i colloqui in corso, ma il direttore amministrativo li tranquillizzò spiegando loro di cosa si trattava e che non c’era nulla da temere per il buon esito delle intese intercorse, tanto che il tutto finì con una sonora risata di assenso. Più tardi, però, la direzione ha convocato il Consiglio di Fabbrica comunicando che i cinesi avevano sottoscritto un ordine piuttosto consistente a patto che le date di consegna venissero rispettate. Il Consiglio di  Fabbrica, discussa e accertata la consistenza della questione, ha accettato la condizione posta e per diversi anni la Ceruti ha lavorato per la commessa cinese, rispettando i tempi delle forniture richieste. Ultimato l’importante e prestigioso ordine, il Consiglio di Fabbrica ha chiesto alla direzione che venisse riconosciuto un incentivo ai lavoratori per la proficua collaborazione instauratasi. Dopo qualche titubanza, la proposta è stata accolta. Questo clima di reciproca collaborazione è andato ad interrompersi alla metà degli anni Settanta quando la Montedison, dopo aver incorporato la Ceruti nella consociata Montefibre, ne ha passato il controllo alla finanziaria FIMEC, posseduta al 50% con la Snia. Ciò ha significato il progressivo abbandono della meccanica a vantaggio della chimica, l’inizio del lento ma inarrestabile ridimensionamento della produzione, accompagnato dalla conseguente riduzione del  personale e di alcune prestazioni di supporto:  nel nome della diminuzione dei costi è stato dato in appalto ad una società esterna il servizio mensa certificando, anche attraverso questa decisione, la fine del modello Ceruti inteso come famiglia. Allo stesso tempo, accrescendo la conflittualità nei rapporti sindacali con vertenze sempre più dure. Per tentare di svelenire il clima instauratosi e per rispondere alle incessanti richieste di maggiori e più aggiornati investimenti, venne costruito nel 1972 un nuovo ampio capannone per insediarvi una moderna pialla dalle notevoli dimensioni. Segnale aziendale lanciato per dimostrare l’intenzione di avviare ulteriori sviluppi produttivi e  nel contempo abbassare la tensione interna. Ma il tutto si è rivelato un bluff,  la fabbrica ha proseguito nel suo inesorabile declino, viveva di rendita grazie alla buona nomea che si era creata precedentemente nel mondo. Il susseguirsi di nuovi dirigenti piuttosto impreparati in materia, o demotivati perché vicini alla pensione,  accompagnato dall’assenza di progetti tecnologicamente aggiornati, faceva risultare che le macchine targate Ceruti, pur essendo di grande affidabilità e precisione, non fossero più in linea con un mercato in rapida evoluzione e sempre alla ricerca di prodotti innovativi. Questo periodo è stato uno dei più brutti che ho vissuto come rappresentate del Consiglio di Fabbrica, si percepiva un clima di insofferenza, rancore, astiosità: ricevevamo insulti dagli stessi colleghi a causa dei ritardi nella erogazione degli stipendi dovuti alla mancanza di liquidità. Come Consiglio di Fabbrica eravamo impegnati su più fronti per difendere lavoro e produzione,  sia con le trattative interne sia attivando collegamenti esterni con istituzioni, comune, regione, governo (per dire: quando nel 1985  il presidente del consiglio Bettino Craxi è venuto a Bollate per consegnare il titolo di città ha incontrato una delegazione di lavoratori per fare il punto sulla vertenza che ormai  stava giungendo ai titoli di coda), partiti, sindacati  nazionali,  associazioni di categoria e perfino con la parrocchia di Bollate con l’obiettivo di creare una coesione cittadina per difendere l’attività di un’industria simbolo della città. Uno dei momenti più significativi di questa mobilitazione è avvenuto la notte di Natale del 1975, quando fu celebrata dal prevosto, monsignor Giuseppe Sala, la messa in fabbrica con la partecipazione delle autorità cittadine, della popolazione e di tutta la forza lavoro.  Una iniziativa sentita e molto  emozionante. Rimasi meravigliato che il Consiglio di Fabbrica, dichiaratamente comunista, si fosse aggrappato anche alla Parrocchia. Ennesima dimostrazione che la difficile situazione in cui versava la Ceruti richiedesse la massima unità di intenti senza alcuna distinzione. Sentivamo davvero la comunità bollatese solidale con noi.

La messa di mezzanotte di Natale del 1975 celebrata in fabbrica – Foto di Giordano Bordegoni

La mobilitazione ha portato si all’arrivo di nuovi partners, ma questi non hanno fatto altro che prolungare l’agonia. Dopo la parentesi tecnico commerciale con la Pama di Verona, nel luglio del 1979 l’ingresso di una nuova proprietà, la Berardi,  che come primo provvedimento ha prelevato i progetti e le commesse  più interessanti e li ha trasferiti nella sua fabbrica bresciana. Quindi ha impostato da subito un rapporto molto competitivo con i dipendenti di qualsiasi mansione (ho visto più di una volta piangere uomini tra i 40 e i 50 anni per le proposte non certo benevole ricevute), avviando la classica e collaudata politica del divide et impera, ossia separare gli operai tra loro tramite l’utilizzo di discriminatori aumenti di stipendio, provocando ad arte episodi di sbandamento e conflittualità tra gli stessi lavoratori. A sottolineare questo clima di ostilità che si respirava tra i capannoni, mi venne denunciato, in qualità rappresentante del Cdf, il caso di un operaio che allentò a tempo di record un bullone della propria macchina per dimostrare che era più bravo di un compagno di reparto con l’intento che gli venisse riconosciuta una maggior professionalità in termini economici. Nel frattempo, seguendo l’andamento finanziario della società, percepivamo che la situazione non era per niente incoraggiante, anche se il pagamento degli stipendi era tornato regolare grazie ad una cospicua cifra che la Montedison aveva elargito alla nuova proprietà a fronte dei debiti accumulati.

Sciopero dei lavoratori della zona Sempione in solidarietà con Crouzet, Saes, Ceruti – Fotografo Silvestre Loconsolo – ©Archivio del Lavoro

Tuttavia, una volta terminate queste risorse, la proprietà Berardi ha immediatamente avviato la procedura della messa in cassa integrazione dei dipendenti, inviandone un gruppo tra operai ed impiegati, il sottoscritto compreso,  a tenere dei corsi di riqualificazione professionale presso l’Alfa Romeo di Arese, sovvenzionati dalla regione e della durata di due anni per otto ore al giorno. Corsi piuttosto  insoliti e senza alcuna ipotesi di specializzazione, basti pensare che tra noi c’era una impiegata piccola di statura, costretta ad usare uno sgabello per arrivare alle maniglie poste in alto sulla fresatrice sulla quale era impegnata, sgabello che  poi doveva  togliere per poter utilizzare quelle poste in basso: un’operazione inusuale per una con la sua qualifica. Un contesto operativo decisamente surreale conclusosi con il fatto che nessuno dei partecipanti ha usufruito di alcuna riqualificazione ne ricollocamento.

Vorrei infine sottolineare il ruolo svolto dal Consiglio di Fabbrica in questo clima di inesorabile dismissione. Le opinioni critiche che mi è capitato talvolta  di sostenere nel dibattito, piuttosto animato, che si teneva all’interno del nostro organismo erano quelle che sovente fossero troppe le ore spese in assemblea senza che si arrivasse mai ad una soluzione costruttiva, esasperando in tal modo l’atmosfera di conflittualità. Inoltre, condannavo i picchetti per imporre l’adesione obbligatoria allo sciopero.  Ritenevo che  questo atteggiamento non facesse altro che minare i rapporti tra i lavoratori e le relazioni con quello che chiamavamo il padronato. Nonostante le tensioni createsi, posso però rilevare che, ad esclusione del periodo della Berardi, i lavoratori sono sempre stati abbastanza compatti, fidandosi molto di più del Consiglio di Fabbrica che non dei proclami della Direzione. Mi risulta altresì che nessuno dei rappresentanti  del Consiglio di Fabbrica abbia mai approfittato del suo ruolo per fare carriera.

Luigi Meroni

Con la Ceruti scompare una civiltà del lavoro, escono di scena le tute blu che con la loro professionalità hanno contributo al successo delle macchine utensili made in Bollate.Resta però nell’immaginario collettivo una realtà industriale che non non si può dimenticare. Anzi, basta un episodio, un avvenimento, un richiamo per sbloccare un ricordo e farla tornare presente

Lavorazioni in Ceruti – Archivio Angelo Gentile

Io c’ero e ci ho lavorato 25 anni

Sabato 18 ottobre 2025 ho assistito, al teatro La Bolla, allo spettacolo “”I fiori nella ghisa”, il racconto della Ceruti, azienda che ha fatto la storia industriale e sociale di Bollate.

Una bella serata che ha risvegliato in me tanti ricordi ed emozioni intense. Sì, perché “io c’ero” e ci ho vissuto per ben 25 anni.

Sono stato assunto alla fine del 1960, originario della Sardegna, sono stato uno dei primi meridionali (allora ci chiamavano terroni) ad entrare nella fabbrica di via Madonna in Campagna in piena fase di espansione. Ero un falegname specializzato ed il mio primo incarico è stato quello di modellista.A quell’epoca il modello delle componenti era fatto da forme di legno che venivano mandate in fonderia come calco per la ghisa. Poi, i pezzi grezzi per la lavorazione rimanevano a stagionare per lunghi periodi nel cortile perché si stabilizzassero prima di essere lavorati. La mansione del modellista è stata eliminata all’inizio degli anni Settanta: si preferiva mandare in fonderia direttamente il disegno del pezzo e non il modello in legno. C’era un grande reparto di disegnatori.

Planimetria della Ceruti con i vari reparti e relativa  legenda a cura di Alessandro Corrà, ex dipendente

Ho quindi iniziato a lavorare sulle dentatrici che facevano gli ingranaggi. Dopo un paio d’anni questo reparto fu trasferito a Cremona; mi proposero il trasferimento, ma io scelsi di rimanere a Bollate accanto alla mia giovane famiglia. Sono quindi passato a lavorare sulla piallatrice, sostituita con il tempo dalla più performante fresa pialla che era costruita direttamente da noi in Ceruti con grande orgoglio.

Il nostro era un lavoro di massima precisione, la tolleranza di errore era di meno di tre centesimi in quanto per montare questi macchinari enormi e complicati, che venivano spediti in tutto il mondo, ogni pezzo, ogni vite ed ogni ingranaggio doveva incastrarsi perfettamente l’uno nell’altro.

Ho trascorso gli ultimi anni alla Ceruti lavorando all’alesatrice. Ero bravo ed avevo molta esperienza  e così ho iniziato ad affiancare i ragazzi che arrivavano dalle scuole di meccanica e dovevano essere formati, un’esperienza che mi ha dato grandi soddisfazioni. Ancora oggi quando mi capita di incontrarli mi salutano con affetto.

Nel nostro lavoro era richiesta grande efficienza, dovevamo essere veloci e precisi e nulla era lasciato al caso.Ciascuno custodiva con attenzione (e anche un po’ di gelosia) i propri attrezzi e la macchina su cui lavorava.Ci si sentiva una parte importante di quella comunità operaia. Negli ultimi  anni, le difficoltà del settore, la concorrenza e l’incertezza del futuro, culminate con  le svariate vertenze occupazionali, i periodici e massicci ricorsi alla cassa integrazione, l’avvio dei licenziamenti, i passaggi di proprietà, hanno minato il clima all’interno della fabbrica. Dovevo pensare alla mia famiglia, mia moglie Mina e le figlie Luisa e Simona, così ho rassegnato le dimissioni ed ho iniziato a lavorare come tecnico di studio in una televisione privata, dove sono rimasto fino alla pensione. Nonostante questo difficile distacco, porto nel cuore tantissimi ricordi e un po’ di nostalgia di quel periodo e delle persone con cui ho condiviso i 25 anni che ho trascorso in Ceruti.

Giovanni Madau

Le testimonianze di Luigi e Giovanni, unite a quelle che abbiamo raccolto nei capitoli precedenti, ci mostrano come con la Ceruti scompaia una comunità operaia che si identificava con la fabbrica, i suoi valori, i suoi linguaggi. Con l’orgoglio di essere stata protagonista di un pezzo importante dell’industria del nostro paese, coniugata ad un senso di appartenenza ad una identità locale dentro la quale “el stabliment”, come era chiamato nello slang bollatese, ha davvero rappresentato un pezzo di storia, contribuendo alla crescita e allo sviluppo del territorio non solo dal punto di vista dell’economia domestica ma anche socioculturale. Le attestazioni e le immagini raccolte in questi capitoli ne sono la conferma tangibile. Allo stesso tempo, con la rabbia di aver visto finire in maniera sconsiderata e per puri  fini speculativi questa prestigiosa avventura imprenditoriale, lasciando in eredità un carico di amarezza, delusione e rimpianti. Soprattutto adesso che la sequela dei capannoni è stata abbattuta e con essi sono scomparsi anche visivamente i simboli di un’epoca fatta di lavoro, ingegno, socialità. Una fotografia del panorama locale che scolorisce ma che nessuno vuole buttare via perché ormai è diventata memoria collettiva.

L’area su cui sorgeva la fabbrica nello stato attuale – Febbraio 2026

Una fabbrica, un territorio

A partire dal secondo dopoguerra, nello stabilimento di Bollate si è formata una comunità operaia altamente qualificata, protagonista delle grandi stagioni di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Le rivendicazioni su salari, inquadramenti professionali, sicurezza e diritti sindacali si sono intrecciate con le trasformazioni produttive e con le scelte strategiche dell’azienda, segnando momenti di conflitto ma anche importanti conquiste collettive.

E’ nel 1972, con l’ingresso della Montedison, che inizia il “calvario”, con un susseguirsi di crisi, cessioni e speranze di ripresa. Nulla di fatto, incontri e trattative estenuanti, con il coinvolgimento del Comune di Bollate, Regione Lombardia, Ministero del lavoro: coflittualità tra le parti sfociata in scioperi, cortei, assemblee aperte, eventi culturali e addirittura funzioni religiose in azienda. Testimonianza di una grande solidarietà popolare; persino la partecipazione a fiere con la fabbrica presidiata e senza direzione. Dal 1992, l’ Amministrazione straordinaria e  successivamente la messa in liquidazione e poi la chiusura.

Lavoratori in sciopero davanti ai cancelli della fabbrica – 1979

Raccontare la storia della Ceruti di Bollate significa quindi percorrere non solo l’evoluzione di un’impresa simbolo della meccanica italiana, ma anche le lotte sindacali, le speranze e le difficoltà di generazioni di lavoratrici e lavoratori che hanno contribuito a costruirne l’identità. E’ una storia fatta di lavoro e fatica, di crisi e rilancio, di solidarietà e di partecipazione che merita di essere custodita e tramandata come patrimonio comune del territorio e del sindacato.

Con l’uscita delle ultime macchine e lo spegnimento definitivo dei reparti, si è conclusa non solo un’attività manufatturiera, ma una storia collettiva fatta di professionalità, ingegno, conquiste e solidarietà.

Per la Ceruti, la fine della produzione ha rappresentato l’epilogo di un percorso segnato da trasformazioni del mercato globale, riorganizzazioni societarie e scelte industriali che hanno progressivamente ridotto il perimetro produttivo fino alla cessazione definitiva. Per i lavoratori e il sindacato, invece, ha significato affrontare vertenze difficili, difendere l’occupazione fino all’ultimo e rivendicare strumenti di tutela e di riconversione.

La sua chiusura non cancella però il valore del lavoro svolto ne l’eredità di competenze costruita in decenni di esperienza. Resta la memoria di una fabbrica che è stata scuola di mestieri e di diritti, e che  seppur finita negli archivi, rappresenta un pezzo importante della storia industriale e sindacale del territorio milanese e italliano.

Franco Fedele – sindacalista

Scarica la crono storia delle vicende aziendali che hanno determinato la chiusura della Ceruti

La crisi e la successiva chiusura delle Officine Meccaniche Ceruti furono il risultato di un lungo processo di trasformazioni societarie, instabilità gestionale e progressive difficoltà economiche, sviluppatosi nell’arco di oltre trent’anni.

Rassegna Stampa 1975

Rassegna Stampa 1976

Quando la Ceruti era anche sinonimo di convivialità

Anno 1957: il Cral ospita il pranzo di nozze di Giovanna Galli e Enrico Doniselli. In sequenza: gli sposi in posa sul terrazzo della villetta stile liberty; a tavola nel salone con i parenti; gruppo di famiglia con i neo sposi; la sposa tra due familiari

(per gentile concessione Cornelia Doniselli)

Una vita a maneggiare notizie tra giornali, radio e tv,  tanto da farne un libro autobiografico, Ho fatto solo il giornalistaMilanista da sempre, (ritiene che la sua più bella intervista l’abbia realizzata con Gianni Rivera), appassionato di ciclismo, (è coautore del libro Una storia su due ruote), amante della musica jazz (è presidente dell’Associazione Bollate Jazz Meeting). Gaudente a tavola, soprattutto in buona compagnia.  Insomma, gran curioso di storie, di umani e di situazioni.
Paolo Nizzola

Ha sempre coltivato diverse passioni. La musica nei suoi aspetti più vari, la fotografia, la storia locale e lo  sport sono sempre stati al centro dei suoi interessi. Una costante curiosità per tutto ciò che lo circonda lo ha portato a conoscere molti jazzisti italiani e americani o a scoprire aspetti dimenticati di quanto avvenuto in passato nella sua città. Ha collaborato alla realizzazione delle pubblicazioni Bollate 100 anni di immagini (1978), Una storia su due ruote (1989), Il Santuario della Fametta (2010), La Fabbrica dimenticata (2010), Il soggiorno a Bollate di Ada Negri (2014). Ha curato anche diverse mostre fotografiche, fra le quali La prima guerra mondiale nella memoria dei Bollatese (2015), La Fabbrica dimenticata (2010), I 40 anni di Radio ABC (1977). È tra i fondatori dell’Associazione Bollate Jazz Meeting (1994) di cui è segretario.
Giordano Minora