Ciò comportava allora il licenziamento automatico. Su insistenza del Consiglio di Fabbrica, fu raggiunto un accordo con la direzione e gli venne concessa la possibilità di rientrare al lavoro il tempo necessario per poter riottenere l’accesso alla malattia. Seduto su una poltrona nascosta in magazzino, ha trascorso inoperoso il lasso di tempo indispensabile per poter usufruire della proroga. Una volta poi guarito ha ripreso il suo regolare lavoro in officina. Una prova di solidarietà aziendale che si è manifestata anche in altre occasioni nei confronti di lavoratori con alle spalle precarie situazioni familiari e di salute. A proposito di buone relazioni, ricordo un altro avvenimento che avrebbe invece potuto comprometterle. Una delegazione cinese era in visita alla fabbrica durante il periodo degli scioperi selvaggi dell’autunno caldo del 1969 – era in ballo il difficile rinnovo del contratto dei metalmeccanici – e mentre si trovava negli uffici della direzione amministrativa all’improvviso gli operai smisero di lavorare e si avviarono in corteo, con tanto di tamburi e fischietti, verso la sede della riunione. Vedendo questa chiassosa marea di tute blu che faceva irruzione nel luogo dell’incontro, la delegazione cinese si spaventò e stava per interrompere i colloqui in corso, ma il direttore amministrativo li tranquillizzò spiegando loro di cosa si trattava e che non c’era nulla da temere per il buon esito delle intese intercorse, tanto che il tutto finì con una sonora risata di assenso. Più tardi, però, la direzione ha convocato il Consiglio di Fabbrica comunicando che i cinesi avevano sottoscritto un ordine piuttosto consistente a patto che le date di consegna venissero rispettate. Il Consiglio di Fabbrica, discussa e accertata la consistenza della questione, ha accettato la condizione posta e per diversi anni la Ceruti ha lavorato per la commessa cinese, rispettando i tempi delle forniture richieste. Ultimato l’importante e prestigioso ordine, il Consiglio di Fabbrica ha chiesto alla direzione che venisse riconosciuto un incentivo ai lavoratori per la proficua collaborazione instauratasi. Dopo qualche titubanza, la proposta è stata accolta. Questo clima di reciproca collaborazione è andato ad interrompersi alla metà degli anni Settanta quando la Montedison, dopo aver incorporato la Ceruti nella consociata Montefibre, ne ha passato il controllo alla finanziaria FIMEC, posseduta al 50% con la Snia. Ciò ha significato il progressivo abbandono della meccanica a vantaggio della chimica, l’inizio del lento ma inarrestabile ridimensionamento della produzione, accompagnato dalla conseguente riduzione del personale e di alcune prestazioni di supporto: nel nome della diminuzione dei costi è stato dato in appalto ad una società esterna il servizio mensa certificando, anche attraverso questa decisione, la fine del modello Ceruti inteso come famiglia. Allo stesso tempo, accrescendo la conflittualità nei rapporti sindacali con vertenze sempre più dure. Per tentare di svelenire il clima instauratosi e per rispondere alle incessanti richieste di maggiori e più aggiornati investimenti, venne costruito nel 1972 un nuovo ampio capannone per insediarvi una moderna pialla dalle notevoli dimensioni. Segnale aziendale lanciato per dimostrare l’intenzione di avviare ulteriori sviluppi produttivi e nel contempo abbassare la tensione interna. Ma il tutto si è rivelato un bluff, la fabbrica ha proseguito nel suo inesorabile declino, viveva di rendita grazie alla buona nomea che si era creata precedentemente nel mondo. Il susseguirsi di nuovi dirigenti piuttosto impreparati in materia, o demotivati perché vicini alla pensione, accompagnato dall’assenza di progetti tecnologicamente aggiornati, faceva risultare che le macchine targate Ceruti, pur essendo di grande affidabilità e precisione, non fossero più in linea con un mercato in rapida evoluzione e sempre alla ricerca di prodotti innovativi. Questo periodo è stato uno dei più brutti che ho vissuto come rappresentate del Consiglio di Fabbrica, si percepiva un clima di insofferenza, rancore, astiosità: ricevevamo insulti dagli stessi colleghi a causa dei ritardi nella erogazione degli stipendi dovuti alla mancanza di liquidità. Come Consiglio di Fabbrica eravamo impegnati su più fronti per difendere lavoro e produzione, sia con le trattative interne sia attivando collegamenti esterni con istituzioni, comune, regione, governo (per dire: quando nel 1985 il presidente del consiglio Bettino Craxi è venuto a Bollate per consegnare il titolo di città ha incontrato una delegazione di lavoratori per fare il punto sulla vertenza che ormai stava giungendo ai titoli di coda), partiti, sindacati nazionali, associazioni di categoria e perfino con la parrocchia di Bollate con l’obiettivo di creare una coesione cittadina per difendere l’attività di un’industria simbolo della città. Uno dei momenti più significativi di questa mobilitazione è avvenuto la notte di Natale del 1975, quando fu celebrata dal prevosto, monsignor Giuseppe Sala, la messa in fabbrica con la partecipazione delle autorità cittadine, della popolazione e di tutta la forza lavoro. Una iniziativa sentita e molto emozionante. Rimasi meravigliato che il Consiglio di Fabbrica, dichiaratamente comunista, si fosse aggrappato anche alla Parrocchia. Ennesima dimostrazione che la difficile situazione in cui versava la Ceruti richiedesse la massima unità di intenti senza alcuna distinzione. Sentivamo davvero la comunità bollatese solidale con noi.