IL CAMPO SPORTIVO DI VIA PIAVE

Un ricordo che non sbiadisce

Una veduta dal campanile dei primi Anni Cinquanta: il campo sportivo si trovava al centro del paese. (Archivio Giordano Minora)  

“La memoria è il diario che ciascuno di noi porta con sé” (Oscar Wilde)

Ci sono luoghi che, seppur scomparsi, restano nella memoria collettiva condivisa, perché sono stati teatro di vita vissuta, emozioni, passione, dunque: ricordo indelebile ricorrente e quindi tramandato nel tempo.

Uno di questi, a Bollate, è stato il campo sportivo di via Piave, familiarmente rievocato come “il campo del Milani”, dal nome del focoso custode. Un impianto che è entrato di diritto nella storia locale per le svariate funzioni che ha riassunto in sé: terreno di gioco di innumerevoli e vivaci sfide calcistiche, culla per le prime battute del baseball cittadino, sede di un prestigioso velodromo di livello internazionale, fattore di educazione e socialità, attraverso le colonie elioterapiche estive, i saggi scolastici di fine anno, le cerimonie pubbliche, ma anche come semplice spazio di svago e divertimento. Un qualcosa che resta dentro, anche se adesso non esiste più; smantellato negli anni Sessanta per far posto al complesso scolastico e a nuovi insediamenti urbani e stradali.

Stato attuale dell’area su cui sorgeva il campo sportivo

Milani, il custode del campo, adempiva alle sue mansioni, alternandole all’ attività di falegname, che svolgeva nella vicina Cascina Bergamina (Archivio Giordano Minora)

LA STORIA

Correva il 1930, quando il Comune decise di avviarne la costruzione, attenendosi al progetto redatto dalle autorità governative e chiamato “Campo Sportivo del Littorio”, modello unico, valido per tutto il territorio nazionale, con l’obiettivo di favorire “lo sviluppo fisico della gioventù”.

Venne stipulata una convenzione con il conte Carlo Radice Fossati, uno dei più facoltosi proprietari terrieri del paese, che concesse in affitto l’area per la realizzazione dell’opera, situata tra le vie Piave e Diaz, per 160 metri di profondità e 105 di larghezza. Inaugurato nel 1932, l’impianto, delimitato da un muro di cinta (croce e delizia per tanti ragazzi), era composto da un campo di calcio, una pista in terra battuta, una tribuna coperta con gli spogliatoi nei sotterranei. L’ingresso principale era sulla via Diaz, anche se il più utilizzato era quello secondario che dava sullo sterrato di via Piave e costeggiava il torrente Pudiga, in quanto più comodo da raggiungere dal centro del paese. Il custode era il Milani, che risiedeva nella confinante Cascina Bergamina: considerato il suo ruolo di ingombrante cerbero factotum, era visto come il vero proprietario.

Il progetto redatto dalle autorità governative e chiamato “Campo Sportivo del Littorio”, adottato dal Comune di Bollate per la costruzione dell’impianto (Archivio Comunale)

Foto di gruppo al termine di una partita tra giovani e vecchi, residenti nelle corti di via Magenta. Fine anni Quaranta (Archivio Giordano Minora)

Da subito il campo divenne sede degli incontri della Bollatese: memorabili, negli anni, alcune sfide epiche, come quella di domenica 1 gennaio 1933, quando la compagine nerostellata venne scelta  tra le categorie dilettantistiche, per partecipare al “Capodanno Azzurro del Littoriale”, una sfida a Bologna tra le squadre nazionali di Italia e Germania, da disputarsi in contemporanea con altre 15 partite, nelle quali altrettante compagini italiane affrontavano formazioni estere, tedesche, austriache, ungheresi, francesi e svizzere. La Bollatese, allora militante in Seconda Divisione, affrontò e batté i rossocrociati del Lugano F.C. Lugaresi, con un perentorio 6-1.

Tutt’altro che entusiasmante, fu invece l’epilogo della gara unica per la promozione al campionato regionale contro i bresciani del Chiari del giugno del 1957. Una sconfitta inaspettata e ritenuta ingiusta, secondo alcuni facinorosi tifosi che non ci stettero al deliberato sopruso decretato dall’arbitro, e invasero il campo, dando vita ad una rissa che deflagrò anche in tribuna. Risultato finale: non solo la vittoria venne assegnata a tavolino al Chiari, ma comportò pesanti strascichi per la Bollatese, con squalifiche, multe, inibizioni e, soprattutto, le dimissioni del presidente, Tonino Radice Fossati che, con un manifesto pubblico, stigmatizzò la “indegna gazzarra”.

Folla di tifosi della U.S. Bollatese sulle tribune (Archivio Origgi/Mesini)

Fase di una partita, con il campanile della chiesa sullo sfondo – Fine anni Cinquanta (Archivio Origgi/Mesini)

IL VELODROMO

Non solo il calcio protagonista della struttura, infatti, già nel febbraio del 1934, numerosi appassionati di ciclismo, con in testa il presidente del Pedale Bollatese Pietro Minora, inviarono una lettera al Podestà Erminio Mariani, chiedendo la realizzazione di un “velodromo in terra battuta, con curve sopraelevate”. Opera che vide la luce dodici anni più tardi, nel 1945, quando, sfruttando l’indisponibilità del Vigorelli, messo fuori uso dai bombardamenti della guerra, l’imprenditore bollatese Renzo Borroni, entrato nei ranghi direttivi dell’Unione Ciclistica Italiana e della Gazzetta dello Sport, istituì un apposito comitato, promosse una petizione popolare e ottenne l’autorizzazione alla gestione della pista, che divenne un grande momento di attrazione in ambito internazionale. Una delle manifestazioni più prestigiose fu ospitata nel giugno del 1947, una gara tra pistard di Italia e Francia, con il successo finale del transalpino Lucien Teisseire. Criterium seguito da un foltissimo pubblico, che raggiunse Bollate con treni speciali, mentre a dare il via alla manifestazione fu il presidente della federazione internazionale Adriano Rodoni.

Carlo Alzati, detto “Giotta”, si impone in una gara di velocità, durante una delle numerose riunioni ciclistiche che si tenevano sulla pista bollatese – fine anni Quaranta (Archivio Giordano Minora)

La partenza di una gara ciclistica: da notare, sullo sfondo, l’affollamento di spettatori sul muro di cinta di una vicina cascina, per assistere alla competizione senza pagare il biglietto  (Archivio Origgi – Mesini)

Carlo Moretti, gloria del ciclismo bollatese, con il fratello Gaspare, al termine di una gara sulla pista dell’impianto bollatese – Settembre 1939 (Archivio Giordano Minora)

Il BASEBALL

Nel 1959, il campo sportivo, ebbe pure l’onore di tenere a battesimo le prime battute del baseball, con gli incontri in serie C dei Tigrotti, ben presto trasformati nella BBC, Bollate Baseball Club, che da lì spiccò il volo verso la massima serie. In particolare, richiamano ancora oggi alla mente le accesissime, per motivi diversi, stracittadine con i cugini dei Robins, con tanto di polemiche pure per la primogenitura per la disputa delle partite: chi doveva giocare per primo.

Ma oltre che diamante, l’impianto, davvero un esempio di polifunzionalità per l’epoca, si trasformò anche in palestra per alcune esibizioni del campione olimpico di sollevamento pesi, Carlo Galimberti, e per una serie di saggi ginnici, dapprima dei “Balilla” e, negli anni a seguire, di varie scolaresche a fine anno scolastico.

A sinistra, 1959:  una delle prime partite di baseball disputate sul campo (Archivio Giordano Minora). A destra, il campione olimpico di sollevamento pesi, Carlo Galimberti, si esibisce al centro del campo per i suoi concittadini al ritorno dalle Olimpiadi di Los Angeles, svoltesi nel 1932, nelle quali aveva conquistato la medaglia d’argento. (Archivio Giordano Minora)

LA COLONIA ELIOTERAPICA

“Giovani di sana e robusta costituzione”, all’insegna di questo motto, il regime fascista diede impulso alle colonie elioterapiche, nate a metà del 1800, finalizzate alla cura del rachitismo infantile e, più in generale, dell’irrobustimento fisico di bambini e ragazzi. Aspetto che divenne predominante nel Ventennio, quando questi centri furono costruiti capillarmente dallo stato, per dar vita ad un autentico progetto di pedagogia del regime, con l’obiettivo di promuovere la crescita “forte e vigorosa dei futuri componenti dell’esercito nazionale”, a rappresentare la potenza e l’identità italica. Nelle scuole venivano dedicate due ore settimanali all’educazione fisica, integrate poi da attività extrascolastiche come le colonie estive, campeggi, manifestazioni atletiche, alternando allenamenti individuali e collettivi. La colonia era organizzata sul modello militare, le giornate erano scandite con momenti precisi: divisi per squadre, i ragazzi marciavano in direzione del piazzale dove si svolgeva la cerimonia dell’alzabandiera, successivamente era pronunciato il giuramento di fedeltà alla “rivoluzione fascista”, poi spazio alle attività ludiche e sportive, soprattutto ginniche. Seguiva il momento del pranzo e nel pomeriggio, dopo il sonnellino, la merenda, l’ammaina bandiera, la preghiera per la Patria e il ritorno a casa.

Il programma giornaliero delle attività svolte nella colonia estiva nell’anno 1954 (per gentile concessione della famiglia Origgi-Vimercati)

Manifesto affissio dal Comune per le iscrizioni alle colonie per l’anno 1953 (Archivio Comunale)

Manifesto affisso dal Comune per le iscrizioni alle colonie per l’anno 1955 (Archivio Comunale)

A Bollate, fu istituita dal Comune, su sollecitazione della Prefettura di Milano che, in una lettera al Podestà Erminio Mariani del luglio 1934, impartiva le seguenti prescrizioni: “apprestare nella sede della Colonia tutti i servizi occorrenti, già indicati dal medico provinciale in occasione del sopralluogo, ossia: latrine, cucina, docce, padiglioni, impianti di acqua potabile”. Particolarmente richiamata l’attenzione alla lotta alle mosche; si legge infatti nella missiva, “com’è noto, nelle Colonie l’abbondanza delle mosche è maggiore che nell’abitato, data l’ubicazione in campagna; e le mosche costituiscono un pericolo maggiore in colonia dove i servizi igienici, di solito, non possono avere una sistemazione perfetta data la loro precarietà. Occorre quindi ricorrere all’uso delle misture moschicide, tipo “Berlese”, la cui efficienza e ormai universalmente riconosciuta, tanto che è usata da quasi tutti gli enti pubblici“. In una comunicazione del 1935, il Podestà Mariani, rendeva conto al Prefetto dell’attività svolta: “nella colonia istituita in questo Comune sono stati assistiti n.102 bambini, tutti preventivamente vaccinati contro la difterite”.

L’istituzione, in funzione dal 1935 al 1955, proseguì anche nel dopoguerra, con un programma mutato, dando più spazio agli aspetti ludici e spirituali e meno a quelli marziali ed identitari, facendo altresì registrare un numero maggiore di frequenze.

Tra i fornitori dei generi alimentari c’erano le Cooperative di consumo locali, Speranza e Benvenuta e i negozi Morelli e Nava – giornalmente riportavano sui cosiddetti “libretti della spesa” il dettaglio dei beni consegnati e i relativi costi, saldati poi a fine mese dal Comune. (Archivio Comunale)

Il periodo di apertura della Colonia era di un mese, indicativamente dalla metà di luglio alla metà di agosto. Le attività giornaliera avevano svolgimento dalle 8,30 alle 17, con somministrazione del pranzo preparato nella cucina della struttura. Tra i fornitori dei generi alimentari c’erano le Cooperative di consumo locali, Speranza e Benvenuta e i negozi Morelli e Nava – giornalmente riportavano sui cosiddetti “libretti della spesa” il dettaglio dei beni consegnati e i relativi costi, saldati poi a fine mese – Una particolarità della mensa era il lungo tavolo, con dei fori corrispondenti al diametro dei piatti in alluminio, in maniera da impedire che si rovesciassero o si spostassero al momento della distribuzione del cibo. A fine ciclo era previsto il saggio ginnico sportivo, con le prove agonistiche di corsa, salti ed esercizi fisici.

Un esemplare di tavolino usato per i più piccoli, con i fori per l’inserimento dei piatti di alluminio, conservato tuttora presso l’Asilo Maria.

IO C’ERO

Nell’estate del 1955 ho partecipato a quella che è stata l’ultima edizione della Colonia Estiva, organizzata per gli alunni delle scuole elementari, dalla prima alla quinta classe. Avevo 11 anni e avevo appena terminato la quinta elementare. Con me c’era anche mio fratello più piccolo, Antonio, che aveva frequentato la terza elementare. Ogni mattina, dalla nostra casa di via Gramsci, percorrevamo la via Matteotti dirigendoci verso l’Asilo Maria, dove era fissato il ritrovo alle 8,30. Fatto l’appello, verso le 9, tutti in fila per due, mano nella mano, sotto lo sguardo attento e premuroso dei nostri maestri, ci avviavamo a piedi verso il campo sportivo di via Diaz per trascorrervi la giornata.

L’attività quotidiana consisteva sia in esercizi ginnici che in giochi liberi. Tra questi, ci divertiva molto  “il gioco della bandiera” (consisteva nell’afferrare un fazzoletto, posto al centro del campo, prima del giocatore dell’altra squadra, partendo ognuno dai bordi opposti). Negli esercizi giornalieri c’era spazio anche per il canto, fondamentalmente inni patriottici.

E ATTIVITA’ QUOTIDIANE SVOLTE NEGLI ANNI 30-40-50 Archivio Origgi – Mesini e Archivio Origgi -Vimercati

Dopo aver pranzato, si ritornava al campo per proseguire nell’attività sportiva, che spesso consisteva in partite di calcio dalla durata indefinita. Per meglio figurare nell’attività calcistica, ricordo di aver comprato per 500 lire, dal mio compagno di scuola Pietro Schieppati, maggiore di me di un anno, un paio di scarpe con i tacchetti che a lui andavano strette. Verso le 17 si tornava a casa, ciascuno per proprio conto.

Tra i maestri che ci seguivano, ricordo la maestra Giuseppina Vimercati – aveva le funzioni di direttrice – i maestri Antonio Lanza, Alessandro Salina, la maestra Silvana Castelnovo e il maestro Franza, di cui ricordo ancora i discorsi sul futuro che ci aspettava e sull’impegno con cui bisognava affrontarlo. Dei miei compagni, oltre al citato Schieppati, rammento Pagnoncelli, Tagliapietra, Alberto Gorini, Marazzi Angelo e Lino Merati.

Gianni Pastore

L’ALBUM DEI RICORDI

 

Ero poco più che un bambino, quando iniziai a frequentare la Colonia al campo sportivo. Mi ricordo che c’erano delle panche lunghe con dei tavoli di assi di legno e facevamo colazione con il caffè latte, con poco zucchero e la parigina, un bastone senza farina, in scodelle di alluminio, come pure in alluminio erano i piatti nei quali mangiavamo a pranzo. Le inservienti avevano un grembiule bianco. All’adunata, in mezzo al campo, tutti inquadrati per squadra, ci facevano cantare, l’inno di Mameli e poi “la bandiera dei tre colori e sempre stata la più bella…” Attorno al campo di calcio, c’era la pista in terra battuta, dove facevamo le corse e giocavamo a bandiera. Nel pomeriggio, ci facevano sdraiare a prendere il sole, prima di schiena, circa 15-20 minuti, poi di pancia e infine di fianco. Alle 17, il custode Milani dava il segnale che era ora di andare a casa.

Raffaele Minora

Avevo 6 anni quando ho frequentato la Colonia. La cosa che più mi ha colpito, appena fatto l’ingresso nella struttura, erano le tettoie messe lungo il campo e realizzate con le cannette di legno; agli occhi di un bambino, apparivano come qualcosa di sorprendente, mai visto. Decisamente disagevole era invece il riposino pomeridiano, subito dopo il pranzo: seduti sulle scalinate della tribuna, non certo molto confortevoli come letto. Il ricordo meno piacevole è indubbiamente la pastiglietta “disinfettante” da succhiare, che ci davano prima di andare a casa. All’inizio aveva un sapore dolciastro, man mano che la tenevi in bocca tendeva all’amarognolo perciò, arrivati a quel punto, buona parte delle pasticche finiva sputata dietro la tribuna.

Pietro Boniardi

Entrare al campo a vedere le partite senza pagare, o più semplicemente a giocare senza passare dal cancello, per molti era una sfida. Così, l’impresa era scavalcare il muro di recinzione, magari dalla parte meno visibile, facendo in modo di non essere notati. Ma, quasi sempre, il Milani, il custode onnipresente, ci coglieva sul fatto. Allora, per evitare spiacevoli inconvenienti, facevamo una colletta per offrirgli da bere e tacitarlo. A quel punto, lui, come “il palo dell’Ortica” della celeberrima canzone di Enzo Jannacci, circospetto, guardava in giro e metteva via, e poi borbottando, stavolta bonariamente, se ne tornava al suo laboratorio di falegnameria, lasciandoci al nostro posto.

Franco Foglia

Una vita a maneggiare notizie tra giornali, radio e tv,  tanto da farne un libro autobiografico, Ho fatto solo il giornalistaMilanista da sempre, (ritiene che la sua più bella intervista l’abbia realizzata con Gianni Rivera), appassionato di ciclismo, (è coautore del libro Una storia su due ruote), amante della musica jazz (è presidente dell’Associazione Bollate Jazz Meeting). Gaudente a tavola, soprattutto in buona compagnia.  Insomma, gran curioso di storie, di umani e di situazioni.
Paolo Nizzola

Ha sempre coltivato diverse passioni. La musica nei suoi aspetti più vari, la fotografia, la storia locale e lo  sport sono sempre stati al centro dei suoi interessi. Una costante curiosità per tutto ciò che lo circonda lo ha portato a conoscere molti jazzisti italiani e americani o a scoprire aspetti dimenticati di quanto avvenuto in passato nella sua città. Ha collaborato alla realizzazione delle pubblicazioni Bollate 100 anni di immagini (1978), Una storia su due ruote (1989), Il Santuario della Fametta (2010), La Fabbrica dimenticata (2010), Il soggiorno a Bollate di Ada Negri (2014). Ha curato anche diverse mostre fotografiche, fra le quali La prima guerra mondiale nella memoria dei Bollatese (2015), La Fabbrica dimenticata (2010), I 40 anni di Radio ABC (1977). È tra i fondatori dell’Associazione Bollate Jazz Meeting (1994) di cui è segretario.
Giordano Minora