Fontanili a Bollate

Paradiso perduto

Il Cavo Porro, ubicato nella zona del Caloggio di fianco all’omonima via. Pur non avendo più acqua sorgiva,  è alimentato  dal Canale Villoresi rendendo  una valida idea di come doveva essere un fontanile.

“…È una campagna elevata sulla pianura e cinta d’ogni intorno da ruscelli ….piccoli limpidi e cosi dolcemente tra loro intricati e vaganti, che non mi riesce di vedere donde vengano e donde vadano; e ora si congiungano, ora si allontanano, per poi di nuovo congiungersi, finché per diverse vie si raccolgono in un  medesimo letto; diresti che tra quei meandri si intrecciano cori e danze di ninfee.”

“…arrivammo sul luogo del disastro in autocarro lungo strade ombreggiate da pioppi e fiancheggiate da fossi formicolanti di animaletti che non potei osservare chiaramente a causa delle grandi nuvole di polvere sollevate dai camion.”

Due brani di due scrittori fra i più grandi della letteratura ad esaltarne il valore: il Petrarca nel 1357 e Hemingway nel 1918 che, in poche righe, descrivono il loro passaggio nei dintorni di Bollate.

Entrambi, nonostante il grande divario di tempo, quasi 600 anni, vengono stupiti dalla bellezza, dalla limpidezza e dalla quantità dei corsi d’acqua presenti. A parte pochi bollatesi DOC, oramai avanti con gli anni, sembra impossibile una simile descrizione del nostro territorio!

Ma come mai c’era una così gran quantità di acqua e cosi diffusa, tanto che, negli anni Venti- Trenta, Bollate veniva definita come la piccola Venezia, e perché ora è del tutto scomparsa?

La risposta sta nei fontanili, che non solo hanno caratterizzato il nostro territorio per un lungo periodo di tempo, ma ,secondo alcuni storici, hanno anche dato il nome al nostro paese derivandolo dal termine latino “Bula” o “Bola”, che significa bolla o pozza d’acqua.

In effetti, chi ha visto un fontanile attivo capirà bene l’attinenza con questo termine, l’acqua quando sgorga dal sottosuolo fuoriesce ribollendo sino alla superficie.

Per comprendere le situazioni legate a questi particolari corsi d’acqua è bene descriverne la loro storia e spiegarne alcuni termini nei quali ci imbatteremo più avanti nel nostro racconto.

Il Cavo Porro

I manufatti in granito sette/ottocenteschi che regolavano l’afflusso dell’acqua del Cavo Grande alla marcita denominata “i praa del Mazini”.

La prima condizione per l’esistenza dei fontanili è la presenza di una falda freatica sotterranea alquanto superficiale. A Bollate era situata a circa due, tre metri dal suolo, perciò per poterla utilizzare bisognava scavare il terreno finché non iniziava a sgorgare l’acqua.

Per questo era diffuso il nome “cavo” per designare il fontanile perché, per realizzarlo, era necessario eseguire un grosso scavo Si creava cosi una specie di laghetto, denominato “testa”, dove si raccoglieva l’acqua proveniente dal sottosuolo. Veniva successivamente realizzato il canale che doveva portare l’acqua alla zona da irrigare, chiamato “l’asta”. Dapprima profondo come la testa poi ,man mano che si procedeva verso valle e l’altimetria del terreno decresceva, diventava sempre più superficiale finché non diventava una comune roggia. L’insieme della testa e dell’asta, con il terreno di riporto scavato e accumulato ai lati, era localmente conosciuto come “la costa”, ambiente sempre ricoperto da una rigogliosa vegetazione arborea. L’acqua attinta dalla falda serviva per l’irrigazione. Tuttavia, contrariamente a quello che si può pensare, non era solo utilizzata in estate per bagnare i campi riarsi dalla siccità, ma anche e soprattutto in inverno!

Può sembrare un controsenso, ma in un fontanile l’acqua sgorga ad una temperatura costante di 10-14 gradi tutto l’anno quindi, quando in inverno il terreno gelava, si faceva scorrere un velo d’acqua su terreni opportunamente livellati in modo che non ghiacciassero, ottenendo così erba anche nel periodo invernale. Questi campi venivano chiamati “marcite”, appunto perché intrisi d’acqua, ed erano un gioiello di archeologia agricola. Il campo doveva infatti essere opportunamente livellato per non trattenere troppa acqua altrimenti si sarebbe trasformato in una palude, vanificando così l’effetto termico benefico della stessa. Era uno spettacolo, in inverno, ammirare questi campi verdeggianti nonostante le forti gelate o fossero ricoperti di neve.

Bellezza paesaggistica a parte, era la loro resa economica a stupire: un normale prato ben irrigato nel modo tradizionale garantiva al massimo 4 tagli di erba all’anno, con l’acqua di un fontanile, una marcita poteva arrivare fino a nove!

Con tanta disponibilità di erba e foraggio si poteva allevare molto più bestiame e non solo per la produzione di carne e latticini ma anche per il nutrimento dei cavalli, necessari per le operazioni di trasporto. L’erba era la benzina dell’epoca:

Abbiamo scritto che i fontanili sono di origine artificiale, ma in che periodo furono realizzati?

Dare una risposta a questo quesito è piuttosto difficile, anche se si ha notizia che nel periodo etrusco-romano le acque erano utilizzate (sgorgando naturalmente davano origine a terreni paludosi) più con funzione di bonifica idraulica che per usi irrigui. Per lo scavo dei primi veri e propri fontanili come quelli di oggi, bisogna aspettare dopo l’anno mille quando, ad opera delle grandi proprietà terriere e delle comunità monastiche, l’agricoltura cominciò a riprendersi dai secoli bui del medioevo. Possiamo perciò far risalire a questo periodo lo scavo dei primi rudimentali fontanili ad uso agricolo. Già verso il XV secolo la loro importanza era diventata tale da modificare l’economia milanese, dando origine ad un’agricoltura tra le più avanzate dell’epoca.

Il Cavo Litta

LA REALTA’ BOLLATESE

.A Bollate erano presenti ben 22 teste (sorgenti), con le relative aste che, da nord a sud, solcavano non solo la campagna ma attraversavano anche il centro cittadino. Il loro percorso non era lineare, essendo artificiale seguiva i limiti delle proprietà terriere, molte volte addirittura diversi fontanili si scavalcavano l’un l’altro con suggestivi ponticelli e canaletti. E non c’è descrizione migliore come quella data dal Petrarca per immagiunarli (vedi lo scritto iniziale).

Inoltre, erano circondati da una rigogliosa vegetazione che assumeva le caratteristiche di un bosco nella testa e di un continuo filare di alberi lungo l’asta!

In queste formazioni forestali spettacolari erano le fioriture primaverili, che iniziavano già in febbraio con i bianchi campanellini, chiamati erroneamente bucaneve in quanto a quei tempi la neve a febbraio era una certezza. Seguivano poi le scille, piccoli giacinti azzurri, talmente copiosi che ricoprivano il sottobosco di un azzurro intenso, e per ultimi, in aprile, gli anemoni dei boschi.

Ai concreti bollatesi di un tempo però interessavano ben poco la bellezza e la biodiversità: la costa era vista come una fondamentale risorsa di fornitura di legname per gli usi domestici, il gas era di là da venire, e per cucinare e scaldarsi serviva tanta legna.

Le querce, i carpini e gli olmi originari della zona erano stati sostituiti dalla robinia, pianta nord americana dalla crescita rapida, che poteva essere tagliata ogni quattro cinque anni ricrescendo più copiosa di prima. Sulle ceppaie delle robinie, in autunno, crescevano poi i funghi chiodini, la loro ricerca e raccolta era una vera e propria festa.

Costa del fontanile Porro con le fioriture primaverili degli anemoni di bosco. Un tempo apparivano cosi tutte le coste dei fontanili in primavera.

Fontanile significava soprattutto acqua. Quali erano allora gli animaletti che tanto avevano incuriosito Hemingway nel suo racconto castellazzese?

L’abitante più numeroso era la sanguinerola, un pesciolino che ha il suo habitat nei laghetti e torrenti alpini, nelle acque fredde ben ossigenate e nei limpidi fontanili aveva trovato anche in pianura un ambiente ideale. A questo proposito, curiosa risulta la testimonianza di un anziano che ha tramandato il rudimentale metodo di pesca utilizzato dai ragazzi per catturarle durante il periodo della riproduzione. Era chiamato “la frega”, da qui il nome dialettale dato a questi pesci, “fregoreou”. Nei pressi della sorgente del fontanile, dove scorreva l’acqua dalla sponda ,veniva creata, scavando, una pozza per far defluire acqua fresca e corrente, le sanguinerole, attratte dal flusso d’acqua, vi si recavano in massa per deporre le uova e venivano così catturate tramite un sacco di tela. Non essendoci olio a disposizione, erano cucinate nel burro e, a fine cottura, nella pentola rimaneva una specie di poltiglia fritta che allegramente veniva mangiata con il cucchiaio.

Altri frequentatori dei fontanili erano i voraci lucci, durante il periodo di riproduzione li risalivano anche dai fiumi in esemplari di grandi dimensioni. Un comportamento simile era tenuto dalle anguille, arrivavano addirittura dal mare e risalivano tutto il reticolo idrico, operazione possibile perché allora era privo di inquinamento. Un altro pesce difficile da osservare e catturare era la lampreda, anche lei amante delle acque sorgive e limpide. Dove le acque erano meno fredde per la lontananza dalla sorgente, vi erano invece tutti i più comuni pesci d’acqua dolce come cavedani, alborelle, carpe, tinche. Massiccia era la presenza di anfibi, rane, rospi, tritoni e dei nostrani gamberi di fiume. Tranne che per la cattura delle rane, la pesca non era molto praticata dai bollatesi, probabilmente per i divieti imposti dai proprietari dei fontanili, era per lo più relegata a passatempo per i ragazzi. Persino i gamberi, ora parecchio ricercati in ambito culinario, non erano molto appetiti. Non è esagerato affermare che passare sopra un ponticello era come osservare un acquario naturale per tutte le forme di vita visibili.

Costa del fontanile Porro

Dal punto di vista geografico, i fontanili di Bollate erano i più settentrionali del milanese.

Più a nord, l’altopiano delle Groane innalzandosi sulla pianura portava la falda a una profondità tale da non poter essere raggiunta convenientemente da uno scavo. Erano quindi fra i più imponenti del milanese, anche se, guardandoli ora asciutti, sembra impossibile fossero stati scavati interamente a mano e con attrezzi rudimentali. Squadre di uomini, armati di piccone e pala, riempivano delle grosse ceste di vimini che poi venivano portate a spalla ai lati del fontanile. Si usavano ceste di vimini in quanto, scavando in un terreno intriso d’acqua, questa potesse contemporaneamente defluire rendendo più leggero il carico da trasportare. Ancora oggi si possono rintracciare i punti nei quali il materiale veniva accumulato. Naturalmente, poter assoldare un gran numero di lavoranti era prerogativa di casate nobili, proprietarie di vasti appezzamenti di terreno, che necessitavano di gran quantità d’acqua per irrigare. Non per niente molto fontanili portano i nomi di importanti famiglie milanesi come Porro, Litta, Triulzi, Borromeo.

A Bollate, calcolando che la falda si trovava a circa tre quattro metri dal piano di campagna e prima della costruzione del canale Villoresi, erano posti nelle campagne a sud del paese.

A nord i campi erano per lo più di piccole dimensioni e con una varietà di culture come frumento, mais e persino vigne, mentre a sud, grazie all’acqua dei fontanili, cambiava completamente il paesaggio con la presenza preponderante delle marcite che si spingevano sino alle porte di Milano.

Immagine confermata ed entrata nella storia dalla celeberrima canzone di Celentano, “il Ragazzo della via Gluck”, datata 1966, che parlava di prati ed erba nella zona, allora periferica, della stazione Centrale, oggi completamente urbanizzata e quasi in pieno centro.

Una marcita di dimensioni notevoli, che utilizzava le acque del fontanile Cavo Grande, era posta fra l’ospedale e l’attuale tracciato della Rho Monza, estendendosi al limitare di Baranzate, familiarmente conosciuta come “i praa del Mazini”, ossia i prati del Mazzini -dal nome del proprietario- e produceva erba per i cavalli di una grossa azienda di trasporti milanese.

A sinistra, I cosidetti occhi di fontanile, visibili nella foto,  erano manufatti infissi sul fondo del fontanile per poter sfruttare la falda freatica profonda senza dover scavare ulteriormente il fontanile. Tali manufatti era di tre tipi: i più antichi in rovere, poi in cemento utilizzati dai primi decenni del secolo scorso ed infine in ferro. A destra, il Fontanile Litta.

“Ancora ai giorni nostri, percorrendo la strada sterrata che da via Piave porta a due aziende florovivaistiche, è possibile vedere le chiuse e le bocchette in granito che regolavano l’afflusso d’acqua alle marcite. Per questi singolari manufatti, molto antichi, sarebbe auspicabile un recupero per evitare vengano distrutti dalle future edificazioni.

Si può dunque ben immaginare quante marcite irrigassero i 22 fontanili bollatesi. Questo reticolo irriguo, migliorato e ampliato di anno in anno per diversi secoli, arrivò quasi intatto al secondo dopoguerra. Il vero colpo di grazia per i fontanili locali arrivò nel 1961

Quell’anno venne inaugurata la grossa raffineria di Pero, seguita a breve dall’insediamento di altre industrie chimiche che, per necessità di produzione, utilizzavano una notevole quantità d’acqua pompata del sottosuolo. Il risultato fu che la falda che alimentava i fontanili ben presto divenne sempre più profonda mandandoli progressivamente in secca: “la modernità con le sue esigenze vitali aveva sconfitto un mondo millenario.”

Un cambiamento epocale, l’industrializzazione migliorava sensibilmente le condizioni di vita delle popolazioni appena risollevatesi dalle tragedie della guerra cosicché la perdita dei fontanili venne percepita come un sacrificio necessario sull’altare del benessere e della modernità. Le ripercussioni economiche, (negli anni Sessanta a Bollate l’agricoltura aveva ancora una certa importanza), vennero mitigate dall’utilizzo per l’irrigazione dell’acqua del canale Villoresi.

Un discorso a parte merita la famosa marcita dei “praa del Mazini”: per sopperire alla mancanza d’acqua del Villoresi, in asciutta per gran parte del periodo invernale, venne immessa nel fontanile che alimentava il “Cavo Grande” acqua proveniente dal torrente Nirone e con questa “deviazione” fu messa in grado di funzionare sino agli anni Settanta.

Oramai rimasti senz’acqua, la gran parte dei 22 fontanili bollatesi fu interrata, specialmente le aste, si salvarono solo alcune teste situate nel parco delle Groane e nelle maggiori aree agricole.

Il Cavo Porro

In questa  foto un terziario del Canale Villoresi supera con un ponte canale l’alveo asciutto del fontanile

eAgli inizi degli anni Ottanta, tornarono in funzione a seguito di una iniziativa della Provincia di Milano. Siccome la falda acquifera, a causa dei forti prelievi industriali, sprofondava sempre più, da circa 3 metri dal sottosuolo era scesa a ben 30 metri, e nel milanese si correva il rischio di rimanere senza acqua potabile, venne immessa, in alcuni fontanili nella zona del Caloggio, acqua pulita proveniente dal canale Villoresi, in modo che penetrasse nel sottosuolo rimpinguando la falda. L’esperimento funzionò a meraviglia e la falda ben presto riprese a salire.

Questo utilizzo durò circa una decina d’anni poi (corsi e ricorsi storici) la falda, causa anche l’avvenuta deindustrializzazione del territorio, cominciò a risalire paurosamente mettendo in pericolo costruzioni sotterranee, realizzate nel periodo in cui le acque erano molto profonde , creando problemi di infiltrazione in abitazioni, monumenti e infrastrutture come la linea due della metropolitana milanese.

Una domanda sorge spontanea: la risalita della falda potrebbe rendere di nuovo attivi i fontanili bollatesi? Un precedente si è verificato nel 2014, causa un’ annata con precipitazioni eccezionali, i fontanili Cavo Porro, Cavo Litta e Cavo Grande tornarono ad avere acqua sorgiva.

Questo risveglio inaspettato durò solo un paio d’anni, poi con piogge regolari ritornarono di nuovo in secca. Non è da escludere però che in futuro la continua delocalizzazione industriale porti ad un ulteriore innalzamento della falda rialimentando i fontanili.

QUALE FUTURO PER I FONTANILI

Se oramai hanno perso la loro originaria funzione irrigua, potrebbero essere recuperati e mantenuti a scopo naturalistico, paesaggistico – ricreativo ed essere il nucleo di partenza attorno ai quali creare nuovi parchi urbani per migliorare la qualità della vita e, grazie alle loro masse boschive, dare un valido contributo per purificare l’aria e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.

La testa oramai asciutta del Fontanile Cavo Grande in autunno

La sezione locale del WWF, il Parco Groane e l’ERSAF (ente regionale per i servizi all’agricoltura e foreste) stanno intervenendo proprio a tal fine, anche per garantire la loro conservazione e salvare la loro memoria storica. Dove ci si può recare a Bollate per vedere un fontanile? L’ideale sarebbe poter visitare i fontanili Cavo Litta e Cavo Porro, ubicati nella zona del Caloggio di fianco all’omonima via, che pur non avendo più acqua sorgiva sono alimentati dal Canale Villoresi e danno una valida idea di come doveva essere un fontanile. Sono di proprietà della Città Metropolitana di Milano e per motivi di sicurezza, (ci sono rive scoscese e presenza di acqua profonda) sono recintati. E’ possibile però una visita accompagnata durante le giornate di lavoro della locale sezione WWF (giornate segnalate da una bandiera col Panda, posizionata in via Verdi all’ingresso della via Caloggio) o durante visite guidate, giornate pubblicizzate sui giornali locali.

Un’ altra possibilità è recarsi alle teste oramai in secca del fontanile Grande e fontanile Villa seguendo il sentiero che dall’Oasi del Caloggio porta a Castellazzo. Raggiunto il canale scolmatore, svoltando a destra, una piccola deviazione di una cinquantina di metri porta alle loro vecchie sorgenti che, benché asciutte, fanno ancora risaltare la loro imponente dimensione, facendo immaginare il Paradiso Perduto dal nostro territorio.

Maurizio Minora

Tutte le immagini sono state cortesemente concesse da Maurizio Minora

Delegato dal WWF Insubria Sez. Groane per la gestione dell’oasi del Caloggio.
Impegnato sul fronte delle problematiche ambientali locali, esperto di acque superficiali della zona torrenti e fontanili, sono anche  Guardia Ecologica Volontaria della Città Metropolitana di Milano.
Maurizio Minora