Con le mani si impara il futuro

 riscoprire il valore dell’artigianato

I giorni di fine novembre- inizio dicembre nelle scuole di diverso ordine e grado  sono quelli  dedicati agli Open- day. Eventi organizzati per farsi conoscere, mostrando ai giovani la versione più competa e chiara della loro offerta formativa, delle proprie attività curriculari ed extra curriculari. Famiglie ma soprattutto i ragazzi sono chiamati alla scelta della scuola superiore, la scuola secondaria di secondo grado, entrando nel turbine delle considerazioni “obbligatorie” che porteranno a definire quale sarà il percorso formativo che li accompagnerà al mondo del lavoro. La considerazione obbligatoria più importante che ogni ragazzo dovrebbe fare per poter scegliere consapevolmente è, però, una domanda precisa: cosa sogno di fare da grande e che percorso scolastico devo intraprendere per realizzarlo? Perché, come recita il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry:

“Il primo piccolo passo è quello di avere un sogno ed il secondo è fare un passo verso la sua realizzazione”

Molti illustri italiani del passato, mossi dal loro sogno hanno avuto il coraggio di inseguirlo e di realizzarlo e senza queste loro conquiste, artistiche, culturali, letterarie, imprenditoriali,  l’Italia non avrebbe conosciuto la maggior parte delle bellezze che la circondano e delle eccellenze che la contraddistinguono. L’artigianalità è infatti il risultato del sogno di  artigiani che immaginano e che realizzano le loro creazioni con modalità, tecniche e segreti  unici al mondo. Sostiene in proposito Antonio Intiglietta- ideatore di quel  salone di successo chiamato Artigiano in Fiera: “L’artigiano comunica sé stesso e la sua originalità attraverso la creazione di qualcosa di bello, di buono e di utile per sé e per gli altri”. Non per niente la bellezza attribuita al Belpaese è stata resa possibile proprio grazie all’eccellenza del saper fare italiano.

Oggi la tradizione artigianale soffre di una profonda crisi di vocazioni manuali. I dati degli ultimi anni mostrano che mancano giovani disposti ad imparare i mestieri manuali e con l’avanzare di questa tendenza rischia di scomparire un vasto patrimonio di conoscenze, competenze tecniche e sensibilità artistiche. Quante botteghe hanno chiuso per mancanza di continuità lavorativa. In base agli studi dell’Unione Artigiani di Milano, pubblicati in occasione degli 80 anni di attività, nel territorio della nostra area metropolitanoa si è passati dalle circa 22.500 imprese del 2018 alle 20.600 del 2024. Secondo educatori, formatori e operatori del settore, siamo di fronte ad una vera e propria emergenza culturale e sociale.

Una constatazione assolutamente generale fa emergere che oggi del significato e del valore dei mestieri artigianali si conosce poco e quelle  poche conoscenze che si hanno spesso sono associate a stereotipi che fanno emergere solo gli aspetti “faticosi” del settore. La sensazione è che il lavoro artigianale sia poco valorizzato, compreso e di conseguenza diventa un argomento difficile da raccontare e mostrare in tutte le sue sfaccettature, inclusi quei “punti di forza” che potrebbero fungere da attrattiva professionale. Diversi mestieri prettamente manuali stanno scomparendo (basti pensare alla difficoltà di trovare già adesso idraulici, elettricisti, fabbri, falegnami) in una società che sta diventando sempre più tecnologica, anche perchè il binomio artigianalità e tecnologia non è ancora né ben compreso né considerato. Invece è proprio la tecnologia il fattore che  consente di sposare il “saper fare” che dal passato si rende attuale e applicabile ai tempi che cambiano.

Per comprendere davvero cosa significhi oggi “imparare un mestiere” e quanto sia urgente riportare le nuove generazioni a riscoprire il valore del fare, abbiamo raccolto le testimonianze di tre realtà artigiane del nostro territorio. Un florovivaista, un pasticcere e un’artista di un laboratorio di ceramica, tre mondi diversi uniti dalla stessa domanda: che futuro ha l’artigianato in una società sempre più veloce e digitale e quale afflato può portare i giovani ad essere coinvolti nella manualità. In sostanza può l’artigianato diventare una scelta di vita?

Le tre testimonianze raccolte, raccontano il cambiamento in atto, le difficoltà quotidiane, ma anche la forza di una passione che non si esaurisce. E soprattutto rivelano un filo comune: ai giovani manca l’occasione di conoscere davvero questi mestieri. Non mancano il talento o la volontà, ma spesso manca l’incontro con un ambiente in cui poter sperimentare, toccare con mano, scoprire se una vocazione può trasformarsi in una professione.

“Manca la conoscenza del nostro mondo”

Massimiliano Palma racconta di un mestiere profondamente trasformato:
«le esigenze delle persone sono cambiate: una volta feste come per esempio la Commemorazione dei defunti erano momenti di grande lavoro. Oggi invece le richieste si sono ridimensionate, anche le case sono più piccole ed è importante sapersi reinventare per offrire prodotti più moderni e adatti agli spazi».

Il rapporto con i giovani diventa perciò complesso ma stimolante: «accogliamo ragazzi in stage, sono volenterosi ma raramente intenzionati a fermarsi. Non è solo questione di fatica per il tipo di lavoro, manca proprio la conoscenza del mondo del florovivaismo e  degli aspetti dell’artigianato in generale».

 Insomma, a detto del nostro interlocutore bisognerebbe dare la possibilità ai giovani di essere accompagnati per conoscere in profondità questo settore, le sue molteplici opportunità, come la libertà di esprimere la propria creatività e il gusto personale, ma anche i contesti in cui potersi specializzare, le soddisfazioni personali che si conseguono e il contatto umano che si instaura con i clienti e i colleghi.

Lavorare e avere cura delle piante è un mestiere che richiede passione in quanto il tempo da dedicarvi spesso  va oltre alle ore normali di lavoro. E’ un’attività che insegna, che ti porta a guardare il futuro, non solo per pura programmazione legata alla stagionalità, ma è un guardare “oltre” per seguire e imparare anche a vivere secondo i tempi lenti e il flusso della natura. 

E il messaggio finale è semplice e potente:

«Seguire la propria vocazione. È questa la strada  maestra da intraprendere».

Senza passione e sacrificio non si va lontano

Per Daniele Cimino, oltre trent’anni di lavoro in laboratorio raccontano una trasformazione radicale:
«sono partito con l’indispensabile. Oggi la tecnologia è fondamentale per noi: abbattitori, brick di uova pastorizzate, ma anche l’adattamento a normative più rigide. Senza tecnologia non si reggerebbero i ritmi».

“Ma una cosa non è cambiata: la passione”. La passione che motiva e spinge l’asticella più in là delle fatiche e del “sacrificio”. Sacrificio è un termine che ricorre nelle sue parole. “Fondamentali sono il gioco di squadra, i corsi di aggiornamento, l’apertura alle idee e alle nuove tendenze che devono però rimanere spunti, che non devono offuscare la creatività, l’impronta della tradizione deve essere conservata”. Il primo approccio è sovente problematico  in quanto «la scuola non prepara abbastanza.

I  ragazzi arrivano con poca pratica, ma se sono volenterosi qui possono imparare davvero. Nel laboratorio approntiamo il 100% delle preparazioni. Insomma, i segreti, i profumi, la manualità artigiana si apprendono lavorando».

Molti ragazzi, racconta, ”arrivano per caso o perché considerano la pasticceria il percorso scolastico più semplice”. Ma talvolta proprio qui scoprono la loro strada. Il segreto dunque è avere voglia di apprendere, aggiornarsi, lavorare con abnegazione e gentilezza, umiltà e sensibilità verso il cliente. «Sono valori che ripagano sempre».

Norma racconta di un’attività che dal 1979 porta avanti un progetto sociale che unisce creatività e inclusione: i ragazzi con difficoltà vengono inseriti in programmi operativi e socializzanti affacciandosi così al mondo del lavoro. Inoltre, la Grufa ospita studenti per i progetti di alternanza scuola-lavoro dai licei artistici e da scuole professionali.

Con lo sguardo  rivolto al futuro dell’attività artigianale, Norma ritiene che famiglia e scuola siano decisive:
«Se un bambino non viene stimolato fin da piccolo alla manualità e all’espressività, rischia di precludersi intere possibilità future. C’è un abbassamento culturale sul valore dell’artigianato e questo si riflette anche nelle scelte scolastiche dei ragazzi».

Le tecniche artigianali richiedono procedure e tempistiche da cui non si può prescindere e che contribuiscono al valore che il prodotto artigianale assume e che non viene da tutti riconosciuto. Questo si percepisce anche dal fatto che il mercato è cambiato: «La gente ha meno potere d’acquisto e preferisce oggetti industriali, meno costosi. Solo una nicchia riconosce il valore intrinseco dell’artigianato».

La velocità della società moderna, dettata dalla tecnologia in cui siamo tutti immersi quotidianamente, dal lavoro al tempo libero, è un nemico difficile: «i tempi dell’artigianato non coincidono con i tempi dei social e del digitale, che chiedono tutto e subito».

Eppure proprio questa velocità ha generato un fenomeno inatteso:
«c’è un boom di richiesta di corsi di ceramica. Sempre più persone trovano che la ceramica sia terapeutica: riscoprono  la lentezza dei procedimenti, la concretezza nel creare un oggetto con le proprie mani, toccandolo e modellandolo a proprio gusto, secondo la propria fantasia. Questa è  una risposta al mondo intangibile e veloce del digitale».

Le tre testimonianze ci ricordano una verità semplice e spesso dimenticata: la manualità è conoscenza, è un linguaggio attraverso il quale si comunica la propria creatività, il proprio essere e allo stesso tempo il proprio modo di stare nel mondo.
Dunque non basta raccontare l’artigianato, occorre farlo vivere. I giovani, in particolare, hanno bisogno di esperienze concrete, di laboratori, di luoghi in cui sbagliare, provare, riprovare, e magari scoprire che un mestiere del fare può diventare la loro strada. Cosi, proprio per accompagnare le nuove generazioni verso la realizzazione di un sogno cullato fin dall’infaniza e contemporaneamente per rigenerare l’idea di artigianalità, nasce una proposta concreta e innovativa: “Pop-Up Opera – Con le mani imparo un mestiere”. Si tratta di un progetto formativo che unisce creatività, didattica e orientamento scolastico per riscoprire il valore del “fare” e promuovere una cultura del lavoro artigianale, a partire dai più piccoli. Sì, perché già dai più piccoli si apprende come colorare con precisione, ritagliare, disegnare. Quelle attività un tempo comuni e naturali, risultano oggi sempre più difficili per molti bambini. È proprio in questo contesto e in risposta all’esigenza di sensibilizzare il mondo della scuola e non solo, che si inserisce l’iniziativa promossa dall’Associazione Lilopera, una realtà già impegnata nella promozione dell’opera lirica e della formazione creativa per bambini e ragazzi.

Il progetto si chiama “Pop-Up Opera” ed è un format educativo sperimentale che, attraverso laboratori manuali ispirati al teatro e all’opera lirica, stimola i bambini a riscoprire la manualità e la creatività. Un primo laboratorio si è tenuto il 24 maggio 2025 presso la Biblioteca Corte Valenti di Garbagnate Milanese, coinvolgendo 20 bambini tra i 6 e i 10 anni, in un percorso di due ore dedicato alla creazione di una scenografia Pop-Up dell’opera Il Piccolo Principe, allestimento scenico tratto dal noto romanzo di Antoine de Saint-Exupéry  andato in scena al Teatro alla Scala nel 2023. Lo stesso laboratorio si è svolto il  12 Ottobre presso la Biblioteca di Bollate, dove hanno partecipato 20 bambinii tra gli 8 e gli 11 anni nell’ambito della festa della Biblioteca, con spazi e materiali messi a disposizione dalla biblioteca stessa. 

Durante l’attività, ai bambini è stata introdotta l’opera de Il Piccolo Principe nella versione teatrale adattata all’opera lirica, con l’ascolto delle musiche di Pierangelo Valtinoni e con la lettura di un estratto del libretto di Paolo Madron (il dialogo fra il Piccolo Principe e la Volpe). Per farli cimentare poi  con l’attività manuale realizzando, con le proprie mani, elementi scenici in formato pop-up, per trasformare il racconto in un vero e proprio libro tridimensionale.

Il successo dell’iniziativa è stato confermato dai questionari di gradimento, che hanno evidenziato entusiasmo, interesse e partecipazione attiva da parte di tutti i partecipanti. Anche lo staff educativo, composto anche da 7 bambini della classe quinta della scuola primaria Marco Polo, che hanno aiutato a realizzare il libro, ha riscontrato grande coinvolgimento, spirito di collaborazione e curiosità nei bambini, che si sono scoperti capaci di realizzare, passo dopo passo, un prodotto originale e personale.

Parallelamente, Pop-Up Opera si  sta espandendo anche verso le scuole secondarie di primo grado, con l’obiettivo di affiancare i ragazzi nel delicato momento della scelta della scuola superiore. Perché Pop-Up Opera vuole essere una  bussola sulla strada della realizzazione del sogno di ciascun ragazzo. Un progetto rivolto pure alle scuole secondarie di primo grado, con l’obiettivo di affiancare i ragazzi nel delicato momento della scelta della scuola superiore. Lilopera propone a tal proposito un percorso integrato di orientamento scolastico incentrato sull’esperienza diretta e sull’esplorazione delle abilità manuali. Attraverso laboratori ispirati al teatro musicale, esplorando arti e  mestieri in esso contenuti, gli studenti avranno modo di cimentarsi in presa diretta, scoprendo propensioni e talenti che spesso restano inespressi nel percorso scolastico tradizionale. 

Grazie al sostegno della Fondazione Germozzi (Confartigianato), sono stati attivati ben 15 laboratori in altrettante biblioteche lombarde, una per provincia. La scelta di ambientare l’attività nelle biblioteche ha altresì l’obiettivo di presentare ai ragazzi la biblioteca non solo come posto di lettura ma come luogo di scambio culturale e apprendimento per eccellenza, un’aula alternativa dove imparare con le mani ed essere orientati alla scuola superiore.

Riscoprire la bellezza del lavoro artigianale, sviluppare abilità concrete, imparare a conoscere sé stessi attraverso il fare, è questa la scommessa di Pop-Up Opera, un progetto che mette al centro le mani, la mente e il cuore dei giovani per costruire insieme il futuro del nostro Paese, ognuno inseguendo il proprio sogno.

Serena Gobbo

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“Pop-Up Opera. Il Piccolo Principe – Con le mani imparo un mestiere”, in programma presso il ridotto dei palchi del Teatro alla Scala di Milano.

E’ laureata in Biologia e laureanda in Sociologia. I suoi interessi di studio e di ricerca si concentrano sui temi dell’educazione, della cultura e della valorizzazione dei mestieri artigianali. Attraverso il suo lavoro promuove esperienze educative che mettono al centro la manualità, l’arte e il “saper fare” come strumenti di crescita personale e di scoperta delle proprie inclinazioni. Collabora con realtà culturali, scuole e associazioni impegnate nella formazione dei giovani, convinta che l’incontro tra tradizione e innovazione sia una chiave fondamentale per costruire il futuro delle nuove generazioni.

Serena Gobbo