CIAU CASSINA DEL SU’

Il nostro albero degli zoccoli

Una suggestiva veduta della corte dei Ghioni – Anni Settanta – Foto © Mauro Ghioni 

I ricordi non spariscono se sono belli”(cit.)

Primi anni del ‘900. Il paese sono due vie: il cardo Cassina Nuova-Novate-Bovisa ed il decumano Bollate-Cormano. Tre se consideriamo che la direttrice est-ovest si interrompe al “preone”, dove sorgeva la vecchia scuola del fascio ed ora c’è la farmacia, per ripartire 50 metri dopo verso Ospitaletto e l’incrocio delle due direttrici. A queste si aggiungevano la “strecioeura”, incuneata fra due murate di corti, scomparse l’una e le altre; la Coni Zugna, (abbiamo scoperto a scuola essere dedicata alle cime della grande guerra), che si perdeva nei campi a nord; la Pasubio, che si interrompeva nei campi a sud; il vicolo C. Battisti, che basta il diminutivo.

 A sinistra, lo stato attuale dell’area con le nuove costruzioni sorte al posto delle  vecchie corti. In centro e a destra, piantina delle corti di Cascina del Sole con  i riferimenti delle varie famiglie che vi abitavano – Disegno di Eugenio Ghioni

Era, Cascina del Sole, cinque corti decrepite sette-ottocentesche, di cui due un po’ grandi, con stalle, portici e fienili; tre corti, piccole, rifatte dopo la grande guerra, e qualche casetta novecentesca unifamiliare lungo le due direttrici. Era sì e no 400 – 500 persone, quasi tutti contadini affittuari di importanti enti ospedalieri, che si conoscevano, e spesso si imparentevano, fra loro. Ancora nel 1967 un censimento delle attività agricole ne contava una ventina. Per tutta questa umanità c’erano tre sarti: due da donna ed uno da uomo. La clientela era quello che era, scarsa e povera; ma ogni tanto o per un matrimonio, o per il Natale, per una voglia di mondanità, per necessità, qualcuno doveva farsi un vestito, un pantalone, una gonna, un paltò nuovo. Era quella dei sarti, più che una bottega, un salotto dove ci si poteva fermare a fare quattro chiacchiere, passarsi le novità della grande Milano; spettegolare anche, dalle sarte; che non avevano bottega vera e propria. Il tinello della loro abitazione, dove troneggiava la macchina da cucire, fungeva anche da bottega.

Ospitava clienti e lavoranti: volenterose ragazze desiderose di apprendere il mestiere. A mia memoria resta famosa per la sua avvenenza una  piccinina della Gina, che teneva laboratorio nella cûrt di Pée Bianch. Piccinina ?!, mica poi tanto, che aveva già i suoi bei 15 anni e le giuste forme appetibili dai maschi in perenne tempesta ormonale. Tanti giovanotti del posto le facevano la corte. Era però figlia di siciliani appena migrati nella corea di via Po ed il padre, il fratello e poi il fidanzato ufficiale la sorvegliavano a vista.

Anche il ‘Nucent, il sarto da uomo, aveva il suo bel garzone, chè ai temi quello del sarto era un mestiere rispettabile e nel suo piccolo redditizio. Sempre meglio che spezzarsi la schiena con la vanga.

La corte dei Ghioni

La corte dei Verga

Matrimonio Fulvio Ghioni ed Elisa Costa: il corteo nuziale attraversa la corte Ghioni – 1950

Fulvio Ghioni, in bicicletta, insieme ad alcuni amici sulla via Coni Zugna. Fine anni Quaranta

Ortaglia Ambrogio Pogliani e figli, ubicata alle spalle della chiesa parrocchiale. Lavoranti impegnate nella semina di cipolle – Anni Trenta

C’era un calzolaio, che, più che fare, aggiustava, sistemava le mezze lune in tacco o in punta, rimetteva in sesto scarpacce sformate che parevano irrecuperabili, di secondo se non terzo piede; la specialità sua erano gli zoccoli; e gli capitava di dover aggiustare anche quelli.

C’era un falegname, che faceva la camera da letto quando uno si sposava, un tavolo, una madia: tutta roba rustica, di legno massello; non di quercia ma di robinia, pioppo, platano; legname reperibile in loco o nei dintorni.Non c’era il fotografo. Per i matrimoni arrivava da Bollate il Sassi o l’Origgi. Non sempre: qualche coppia si sposava senza fotografo. Veniva chiamato anche per una foto ricordo di un morticino, povero angelo subito scappato dalle miserie terrene.

C’era un ciclista, il Felice Lampertico, che nell’antro del laboratorio, ricavato al pianterreno della sua casetta in via Pasubio, subito dopo la cinta del gioco delle bocce dell’Osteria del Moro (scomparsi l’una e l’altro, ed anche il Felice), riparava ad oltranza bici, che avevano fatto la guerra, seriamente, ed ormai stufe di vivere. Anch’egli, come tutti gli artigiani allora, aveva il suo garzone di bottega, che credeva ad un’attività dal futuro garantito; sì, come no?!

Ingresso corte Nichetti – Via Montegrappa – Foto © Ghioni Marino

Corte Nichetti – Foto Ghioni Marino

Corte Nichetti – Abitazione di Ghioni Fulvio calzolaio – Foto © Ghioni Marino

Corte Diotti vista dall’interno con ingresso su Montegrappa – Foto © Ghioni Marino

Interno corte Diotti – Foto © Ghioni Marino

Interno corte Diotti, sullo sfondo, sulla scala, la sede della sezione PCI- Foto Ghioni Marino

C’erano due negozi d’alimentari, la “cooperativa” e la posteria dei Donini, specie d’empori dove trovavi di tutto; il “tutto” di quei tempi, fatto di poche cose essenziali. Entrando si era colpiti da un misto di odori: salumi appesi a stagionare, vino, conserve varie, acciughe, baccalà, spezie, sapone.

Cosa mai potevano comprare i paesani, privi di soldi com’erano? Un po’ di vino per rinfrancare lo spirito, un etto di bologna, un pezzo di zola, un etto di zucchero nell’apposito cartoccio azzurro, che doveva essere una maga l’Ambrogina a farlo su come si deve, perchè il prezioso contenuto non andasse disperso; un po’ di sgombro o il baccalà al venerdì, preso il primo da una capiente tolla, il secondo pescato dalla tinozza dove stava a macerare.

Di norma, siccome di contanti ne giravano pochi, la gente faceva segnare: ogni famiglia aveva il suo libretto su cui veniva annotata la spesa e alla fine della settimana o del mese, o quando aveva la disponibilità, saldava. Si viaggiava sulla fiducia. Nel secondo dopoguerra, con lo svilupparsi delle coree, quella verso Ospitaletto e quella fra Bollate e Cascina, gli alimentari divennero quattro;e tutti che a modo loro lavoravano. Anche quella della bottega era un’attività rispettabile ed in diverso grado redditizia. 

Primi anni Cinquanta: avventori del Circolo Cooperativo Solese, si trovava in via Coni Zugna, demolito negli anni Ottanta per far posto alle nuove costruzioni.  Archivio Giordano Minora

Le uova ce le avevano loro, i paesani, almeno quelle; e la gallina a cui tirare il collo per le feste comandate, per la donna che aveva appena partorito o quando in casa c’era un malato, oppure, malauguratamente, se il pennuto smetteva di fare uova o dava segni di salute malferma. Avevano anche il maiale, se non tutti, molti. A gennaio, quando il freddo durava per settimane, gli facevano la festa, povera bestia. Era l’unico momento dell’anno in cui i paesani potevano mangiare carne a sazietà. Se non si erano indebitati troppo prima e il maiale dovevano venderlo. E ciao salami, costine, lardo.

La carne bovina la compravano dal macellaio: due ce n’erano, con le loro botteghe piastrellate di marmo venato ed i quarti di bestia appesi in vista ai ganci d’acciaio a frollare. Spesso la crapona intera della vittima di turno, pulita e pelata, gli occhioni acquosi e la linguona fuori, finiva esposta dietro il vetro del bancone, quasi per certificare l’origine della carne.

Tutte le famiglie contadine tenevano una vacca, anche due, per il lavoro, il latte, il vitello, e molte un cavallo, necessario per lavorare i campi. E prima o poi il macellaio era chiamato ad occuparsi di loro, le bestie.

Qualcuno ci provava anche con i conigli, ma erano bestiole troppo delicate e ne avevano sempre qualcuna di disfunzione.

C’erano ben tre osterie: il “Circolo”, il “Moro” e l’Asnaghi, che aveva anche la privativa di sale e tabacchi: tutte col gioco di bocce, bersò e servizio cucina. Non per i paesani la cucina, ma per i milanesi che alla festa “ci piaceva andare fuori a fare una scampagnata”, ed avendo qualche soldo in più, fare una bella paciata, convinti che il risotto con la midolla, i nervetti con la cipolla, il lesso, i sottaceti, il pane, il vino nostrano dell’oste fossero più buoni. Ed in genere a quei tempi lo erano.

La trattoria Asnaghi sulla via Cesare Battisti – Primi anni Trenta

A maggio, per la stagione degli asparagi, di cui a ragione Cascina del Sole era rinomata, arrivavano a frotte: in bici, col “Mombello” fino ad Ospitaletto e poi a piedi, in motoretta, in auto a noleggio. Si tuffavano nei piattoni fumanti di asparagi annegati nel burro fuso, sepolti sotto uova e parmigiano, a sbrodolarsi d’unto camicie e giacchette. Sì che le accorte ostesse tenevano sempre il barattolo del borotalco assorbente a disposizione dei clienti.

Poi la guerra, e subito dopo i motorini, la lambretta, la cinquecento, la voglia di viaggiare, la concorrenza della verdura che arrivava a camionate dal sud, il lento prosciugarsi delle falde superficiali, i pochi paesani rimasti si stufarono di faticare sulle “spargere”, non valeva più la pena, e la tradizione della “spargiata in compagnia” in un amen andò a morire e con essa anche le osterie. Sparite tutte, e con loro generazioni di osti ed ostesse, di gerenti, di intere famiglie che le facevano andare. Se vuoi rivedere il Paolino ed il Guerrino Sorte, gli ultimi testimoni, con il “Moro”, di una grande, nel suo piccolo, tradizione, devi andare in via Pace.

Al tempo i locali vi si accampavano durante il resto della settimana, soprattutto nel periodo invernale e la sera: per ristorarsi della fatica giornaliera con una tazza, anche due, di rosso; il calore della grande stufa in refrattario; una partita a scopa, a briscola, a tressette, accompagnata dalle chiacchiere necessarie. Uomini col loro cappello sempre in testa, la camicia di flanella senza collo, il gilet di grossa maglia, le braghe sformate di velluto a costa grossa o di pesante fustagno, spesso con la toppa al ginocchio o sul dietro, dove il tessuto si era fatto liso per l’uso. Fumacchiavano un moncherino di trinciato malodorante o di toscano, o masticavano il tabacco, sputacchiando senza ritegno la catrama risorgente dai polmoni, fregandosene delle minacce del cartello appeso in bella vista e delle grida di rimprovero dell’ ostessa. Mentre giocavano volavano delle madonne da farsi il segno della croce, picchiando sul tavolo con quelle loro manacce aduse a vanghe, picche, falci e ogni genere di attrezzi.

A sinistra, prospettiva della via Battisti- Fine anni Sessanta. Al centro: il carro dell’ambulante, colmo di mercanzia, passa per la vendita  settimanale porta a porta – Metà anni Sessanta – Foto Sergio Rubin.  A destra, corteo transita in via Monte Grappa in occasione di una cerimonia pubblica. Fine anni Quaranta ( Archivio Giordano Minora)

Da un’osteria all’altra vagavano tre o più alcolisti da vino, che più degli altri trovavano nel bottiglione ed altri intrugli alcolici rimedio alla fatica ed alla vita grama; alla disgrazia di un raccolto andato a ramengo o la malattia di una bestia o altro: ne avevano di motivi allora per uscire di testa!

C’era anche una latteria, aperta negli anni Cinquanta, quando le stalle si erano tutte svuotate e per i nuovi immigrati delle coree ce ne voleva di latte!..

C’era un barbiere, l’Ismaele, col suo botteghino profumato di dopobarba e vapori di colonia, la specchiera qua e là bollata, due regolamentari poltrone metalliche di seconda mano ed un garzone.

C’era un prestinaio, appena finita la guerra, col suo grande forno maiolicato e lo scaffale di legno con gli scomparti per i diversi tipi di pane. Alla mattina il profumo del pane sfornato di fresco lottava contro l’odore dello stallatico. Ne aprirono un altro, di panificio, gli Altobello, sulla via Pellico, per servire i tanti immigrati che stavano insediandosi nella corea di via Monfalcone, Marmolada, Zara: che mai nessun del posto ha chiamato “Villaggio delle Rose”, come avrebbe voluto qualche illuminato geometra del comune.

C’era il botteghino, all’angolo di quella che poi fu denominata via monte. Nevoso, probabilmente la strada più corta di tutta Bollate, del “pretore”, giornalaio-cartolaio. Non si ha idea di quanti quotidiani potesse vendere, oltre le Gazzette dello Sport per i barbieri, (perchè subito dopo la seconda guerra il Meli, un siciliano appena arrivato, in società con l’Enrico Ressegotti, aveva aperto un “salone” in piazza della chiesa), e qualche altro giornale; anche lui però fra quaderni, matite, pastelli, penne e altra cancelleria, manteneva la famiglia. Sempre in quel periodo c’erano due parrucchiere da donna:la Cloe e la Merati. Esercitavano in casa, come le sarte, nel tinello, dove a modo loro avevano allestito una specie di saloncino con lavandino, specchiera, casco e quanto necessitava per la messa in piega.

C’era la merceria della signora Eva: una botteghina con tre scaffaletti su cui erano allineate le scatolette dei fili da cucire, dei bottoni, cerniere, nastri e tutti gli annessi e connessi. Nella vetrina affacciata sulla via Battisti esponeva a rotazione uno scialle, due guanti, una confezione di calze “Omsa”, un velo di pizzo, un corsetto, dei fazzoletti ricamati.

Sembrerà strano ma c’era anche un ortolano, anzi due: un fruttivendolo, il Verga, che per far quadrare i conti faceva anche l’ambulante, girando col carretto trainato da una cavallina per i paesi limitrofi; ed il “Zeiss”, il suo soprannome, che teneva bottega sotto il portico della cûrt dei Diotti, diventato col tempo fornitore ufficiale di asparagi ed altri prodotti tipici locali ai cittadini, milanesi o novatesi che fossero. Se molti avevano un pezzo d’orto per l’insalata, quattro pomodori, tre zucchine, cipolle e altra verdura di consumo abituale, pochi contadini avevano la frutta. in campagna, vicino al “cassinòtt”, da tradizione tenevano una pianta di ciliege, di “mugnaghe”, di “persici”, di fichi, col bersò di uva americana. Rare volte avevano la soddisfazione di un buon raccolto. Un’annata la grandine, l’altra il gelo tardivo, o gli storni, un insetto gramo arrivato da chissà dove, a cui si ” giuntava” qualche ladruncolo: ciao ciliege, ciao persiche, ciao mugnaghe (leggi albicocche). D’estate il Verga, più precisamente sua moglie, la Genia, vendeva angurie a tutto spiano, intere o a fette. E d’inverno la frutta secca e le castagne arrosto. Quando poi fu il momento ci aggiunse il gelato. E campava tutta la famiglia, così come le famiglie di tutti i bottegai.

Non c’era il cinema. Andavano, chi aveva qualche soldo da buttare, a Bollate, al “Garibaldi” o all’oratorio; al “Corso” di Novate; qualcuno più audace a Milano, al “Duse”, che era lì alla Bovisa, appena fuori dalla stazione.

Il cinema a Cascina del Sole lo portò il don Ernesto: una macchinetta 16 mm. o giù di lì, di seconda o terza mano nel saloncino dell’appena inaugurato asilo Gesù Bambino. Proiettava film castigati di quarta visione, Tarzan, l’assedio di Fort Apache, Marcellino pane e vino, santa Maria Goretti, Stanlio ed Ollio. Proiezioni domenicali riservate ai ragazzi dell’oratorio al pomeriggio; alle non numerose famiglie di provata fede al sabato sera.

Ma ormai era tardi per le novità del don Ernesto, perchè la fine della Cascina del Sole era ormai evidente, stava cambiando generalità in tutti i sensi. Disperse le numerose famiglie che vi erano nate e vissute, deserte le stalle ed i campi, in rovina prima e poi abbattute le vecchie corti per far posto agli avveniristici(?) insediamenti urbani, abitati da nuove famiglie di provenienze diverse. 

E chi si ricordava più di quel che era stato?

Ciau Cassina del Sü.

EUGENIO GHIONI e GIUSEPPE TIENGO

Gli “smemorati” di Cascina del Sole

Ove non indicato le immagini sono state gentilmente concesse da Mauro Ghioni

CENNI STORICI SU CASCINA DEL SOLE

Il Centro storico del paese (che in origine era costituito ad un agglomerato di tre Cascine imperniate attorno ad un Oratorio e una villa padronale) ha origini abbastanza antiche, poiché già dalla seconda metà del 1500 troviamo testimonianza di documenti che parlano di proprietà in Bollate, confinanti con Cascina del Sole. Da essi infatti si ha notizia che la Cascina ex Monache e le terre limitrofe appartenevano sin dal 1580 al Convento di Santa Maria Maddalena al Cerchio di Milano, poiché la Casa Benzoni e le terre confinavano con le proprietà dei Tagliaferri ereditate dai Brebbia, che nel 1466 le avevano avuto come lascito dai Duchi Bianca Maria Visconti e da Galeazzo Maria Sforza.

Nel secolo XVI la Pieve di Bollate (della quale Cascina del Sole ne era parte integrante) passa in feudo al Marchese Giovanni Manriquez venuto dalla Spagna al seguito di Carlo V. Il marchese lo acquistava per L.63.000 da Francesco Gallarati di Milano che lo aveva rilevato dal Duca Francesco Sforza.

Da una lettera del 1768 riguardante un lascito per Sante Messe si legge: “Alla Cascina del Sole evvi un Oratorio sacro a San Antonio da Padova, costruito nel 1739 sulla proprietà di Gabrio Formenti a spese di Carlo Della Croce e di Pietro Della Croce Formenti. Questi vi fondava pure un legato per la messa festiva che si celebra da un sacerdote ivi residente”.

Del Nucleo originario di Cascina del Sole, dell’Oratorio, della villa e delle cascine, ormai vi è traccia di una sola cascina, ora di proprietà dell’Ospedale Maggiore di Milano. L’Oratorio infatti è stato demolito negli anni ’50 per far posto a nuove opere viarie; le Cascine hanno subito analoga sorte tra il 1979 e il 1981 per far posto a nuovi insediamenti urbani. La vita della frazione è sempre stata caratterizzata dagli immutabili ritmi che caratterizzano le civiltà agricole. Solamente dopo la Seconda Guerra Mondiale ha avuto inizio, e negli anni si è completata, la trasformazione in civiltà industriale,  alla quale è strettamente collegato il fenomeno dell’urbanesimo e dell’immigrazione.

La scuola elementare situata in via Battisti. Sullo sfondo .a sinistra, la chiesa. L’edificio venne abbattuto nei  primi anni Cinquanta, dopo l’edificazione della nuova scuola in via Coni Zugna

La chiesa di Cascina del Sole in stile lombardo in mattoni,  con annessa abitazione del sacerdote, voluta e portata a termine nel mese di ottobre dell’anno 1934 dal prevosto di Bollate Don Carlo Elli.

Seduti sul davanti da sinistra: mons. Giuseppe Sala, prevosto di Bollate, cardinal Giovan Battista Montini, arcivescovo di Milano e futuro papa Paolo VI, Enrico Colombo, sindaco di Bollate, don Ernesto, parroco della frazione – Anno 1959

Il Cardinale Giovanni  Battista Monti inaugura l’oratorio della Parrocchia di Cascina del Sole. Al suo fianco Don Giuseppe Sala, prevosto  di Bollate – 1959 (Archivio Giordano Minora)

Avvenimenti e opere più significative

Anno 1933

inizio della costruzione della caratteristica chiesa in stile lombardo in mattoni, su progetto del Geom. Enrico Scuri di Milano, con annessa abitazione del sacerdote, voluta e portata a termine nel mese di ottobre dell’anno 1934 dal prevosto di Bollate Don Carlo Elli.

Anno 1955

Costruzione dell’Asilo infantile “Gesù Bambino”, voluta dalla Comunità Cristiana Solese con l’aiuto del prevosto Don Carlo Elli e del Comune.

Anno 1963

Fondazione della Parrocchia di S.Antonio di Padova in Cascina del Sole con decreto di S.E.il Cardinale Montini del 4 giugno 1963.

(dalla pubblicazione realizzata a cura del Consiglio Pastorale di Cascina del Sole nel 1983)

L’ingresso a Cascina del Sole da Bollate in un disegno del pittore Innocente Ghioni – Anni Quaranta