“An suga el canal”

La pesca miracolosa

La fauna ittica del mondo sommerso di Castellazzo

L’estate era oramai agli sgoccioli, il tempo dei bagni era passato.Tuttavia, sul finire degli anni 60 , chi si fosse trovato a transitare lungo i sentieri e le strade campestri che portavano da Bollate alle sette cascate del Castellazzo, avrebbe notato con stupore gruppi di ragazzini armati di secchielli, improbabili retini, realizzati con i più eterogenei materiali di recupero, e persino vecchi scolapasta.
An sugà el canal, ossia hanno asciugato il canale, era la frase che passava di bocca in bocca elettrizzando i pittoreschi novelli pescatori.

Due bambini nel canale asciutto alla ricerca di qualche pesce, un tempo una immagine comune quando i canali si prosciugavano

Per capire meglio cosa stesse succedendo riavvolgiamo il nastro del  nostro racconto.
Con l’arrivo dell’autunno al Villoresi , canale alimentato dal fiume Ticino, veniva tolta l’acqua sia perchè  non era  più necessaria all’agricoltura sia per provvedere alla manutenzione della rete irrigua.
Nei canali  svuotati  rimanevano intrappolati, nelle buche apertesi lungo il letto e nelle vasche delle cascate, i pesci.
Si scatenava allora  una vera e propria gara per poterli catturare, e sarebbe però riduttivo ricondurre questo fenomeno solo ai ragazzini.
Anche molti adulti attendevano con impazienza questo momento che non avrebbero perso per niente al mondo. Loro sì che  erano adeguatamente attrezzati: lunghi stivaloni che arrivavano a coprire fino alla coscia e in mano tenevano un attrezzo da pesca adatto all’operazione, il “tapin” ,un grosso retino semicircolare realizzato in legno di nocciolo con legata una rete a sacco.

Un anziano pescatore attrezzato di tutto punto con in mano il “tapin”, grosso retino adatto a guadare fra la vegetazione acquatica appena l’acqua del canale calava.

Appena l’acqua cominciava a calare e la spinta della corrente diventava pressochè inesistente, si iniziava a guadare il fondo, con i tapini o con i retini, avanzando lentamente tra alghe e canneti. Muovendosi in tal modo si riuscivano a catturare i pesci che non si erano infossati: i mitici ma rarissimi lucci, i cavedani, i persici, tutti di solito di buona taglia, oltre a quelli di più piccole dimensioni  e di varie specie come arborelle, scardole, triotti, che comunemente venivano chiamati “pes bianc”, ossia pesci bianchi.
Quando poi l’acqua smetteva di scorrere del tutto, si avviava la caccia ai rimanenti. Potrebbe sembrare un paradosso ma anche se confinati in pozze profonde poche decine di centimetri d’acqua, non era per niente facile catturarli, in particolare quelli che per istinto si infossavano nel fango e nella vegetazione acquatica come le carpe, le tinche, i pesci gatto e le anguille.
Vi erano persone con una abilità fuori dal comune, invidiati da tutti (ogni epoca ha i suoi idoli) , che riuscivano a capire dove si fosse rifugiato un grosso esemplare e con destrezza lo catturava semplicemente con le mani, lasciando tutti sbalorditi ( avete presente Chris, il giovanissimo cow boy del film “I magnifici Sette” che per essere aggregato alla compagnia dei formidabili pistoleri li sorprende acchiappando i pesci a mani nude).
Questa tecnica non solo non era alla portata di tutti, ma funzionava unicamente per grosse prede. Al contrario, per poter prendere le specie ittiche ancora presenti soprattutto quelle di piccole dimensioni, si metteva in atto un metodo drastico: asciugare le pozze rimaste. Era però un lavoro piuttosto articolato e faticoso. Basti pensare che le vasche presenti sotto le cascate hanno una dimensione di circa 4 metri x 4  e sono profonde 50 centimetri, contengono 8 metri cubi d’acqua per un totale di circa 8.000 litri.

Una delle sette cascate con il canale in asciutta; una volta veniva prosciugata coi secchi per prendere tutti i pesci presenti.

Il Tumbun de Ospia attraversa la via Repubblica ad Ospiate – Foto Giordano Minora

Parte finale del lungo canale (si può ancora ammirare) in dialetto milanese chiamato “la tumba de Ospià” di ragguardevoli dimensioni,  lungo 20 metri, largo 2 e profondo almeno un metro ossia ben 40 metri cubi cioè 40.000 litri – Foto Giordano Minora

Con un secchio si toglievano una decina di litri alla volta,  dunque per prosciugarne almeno una  occorrevano circa 800 secchiate (sic! ).Nonostante questo lavorio decisamente impegnativo, nascevano dispute, spesso accese, tra le bande di ragazzi che si contendevano luoghi e spazi considerati maggiormente favorevoli alle operazioni da  compiere.

Al giorno d’oggi potrebbe sembrare un lavoro immane, allora una squadra di 4 persone in un pomeriggio riusciva a portare a termine l’impresa.

Quando finalmente l’acqua scarseggiava, si cominciavano a vedere le schiene dei pesci più grossi emergere dal fondo e a questo punto  l’adrenalina da cattura scorreva a mille, ripagando dalla lunga fatica. L’ultima acqua che veniva tolta era filtrata negli scolapasta (ecco a cosa servivano) per essere così certi di non buttare alcun pesce, neanche il più piccolo.

Una volta prosciugato il canale il lavoro non era ultimato.

Sotto i sassi, o dentro la fanghiglia, si andava a caccia delle anguille, compito non facile a causa della loro elusività, e di due tipi di pesci ora sconosciuti ai più, chiamati in dialetto “useline”, perchè una volta catturate emettevano con la vescica natatoria un suono simile al pigolio di un uccellino, e “butuni” (il nome in italiano è cobiti per le useline e ghiozzi per i butuni – bottoni). Entrambi molto ricercati perchè fritti erano considerati una vera leccornia!

Due ghiozzi in dialetto “butuni”.

Un cobite, in dialetto “uselina”.

Una volta racimolato tutto il bottino, si accendevano accanite discussioni per la divisione. Ogni specie aveva infatti un suo valore simbolico o gastronomico e non era facile accontentare tutti.

Chi avrebbe portato a casa un grosso luccio? E a chi  sarebbe stata assegnata una bella anguilla ancora scodinzolante? E ancora, c’erano pesci grossi a sufficienza per fare eque divisioni? Insomma, la ridistribuzione del pescato risultava tutt’altro che semplice, tanto che ai più inesperti si cercava di rifilare quelli appariscenti alla vista come i carassi (in dialetto resconi, cioè pieni di lische), molto simili alle carpe ma dal valore gastronomico scadente.

Alla fine, volenti o nolenti, una intesa distributiva si trovava e ognuno rientrava a casa con l’agognato tesoro, sarebbe toccato successivamente  alle madri o alle mogli, pulirlo, sfilettarlo e cucinarlo per la gioia della famiglia.

Se la pesca risultava abbondante, i pesci in eccesso, non essendoci all’epoca i congelatori, venivano, i più piccoli, messi in carpione, ossia fritti e riposti in vasetti sotto aceto per una prolungata conservazione; quelli più grossi, come le tinche, le carpe o le anguille, si tenevano invece in vita facendoli sguazzare in ampi mastelli per essere consumati  all’occorrenza.

L’atmosfera di eccitazione che permeava questa “pesca miracolosa” di fine stagione era rappresentata da una serie di particolari che la contraddistinguevano e che hanno fatto epoca.

La più grande raccolta d’acqua che rimaneva nel nostro secondario era, ed è  tuttora, il sifone del canale che sottopassava la via Repubblica ad Ospiate. Un lungo sifone (si può ancora ammirare), in dialetto milanese chiamato “la tumba de Ospià”, di ragguardevoli dimensioni:  lungo 20 metri, largo 2 e profondo almeno 1 metro, contenente ben 40 metri cubi, cioè 40.000 litri.

Provate ad immaginare il lavoro che necessitava per togliere una così enorme quantità d’acqua armati solo di secchi. Eppure ogni anno c’era sempre una squadra di volenterosi che si cimentava nell’impresa, allettata sia dal ricco bottino ittico che poteva conquistare sia per essere additata come esempio di virilità e di cui si poteva vantare. In talune occasioni, una giornata intera  di operazioni non bastava per asciugarlo completamente, tanto che alcuni pescatori rimanevano sul posto tutta la notte proprio per controllare il cantiere in corso e scongiurare il pericolo che qualcun altro approfittasse del lavoro compiuto, sfruttando l’oscurità per portarlo a termine e prendersi tutti i pesci. Pensate alla beffa che sarebbe apparsa all’indomani.

Due felici pescatori col “ tapin” iniziano a pescare nel canale appena l’acqua si è abbassata!

C’era inoltre una ulteriore curiosità legata a questo posto. Si racconta che per molti anni, sotto il sifone completamente prosciugato, un vecchietto, seduto su un seggiolino, zappettasse meticolosamente tutto il fondo melmoso alla ricerca di anguille intanate: la leggenda narra che una ventina riuscisse sempre a trovarle.

Ma anche altri sifoni di modesta portata, alimentati da canaletti che sottopassavano strade o altri canali ,venivano asciugati. In questo caso sorgeva però un grosso problema: una volta tolta l’acqua alcuni pesci rimanevano nel condotto sotterraneo formato da un tubo di 50 centimetri: come fare allora per recuperarli? L’ingrato compito toccava al più smilzo della compagnia che, incitato dagli amici, doveva strisciare nel buio, fangoso e non certo profumato condotto per acchiapparli ( avete presente la rocambolesca fuga lungo lo scarico fognario della prigione di Andy Dufresne nel film “le ali della libertà”). Un’audace e sporca impresa che oggi farebbe rabbrividire solo a pensarci.

Come tutte le tradizioni e usanze legate al mondo rurale ,  pure questa cominciò a declinare velocemente alla fine degli anni 60.

Il miglioramento delle condizioni economiche portava i giovani verso altre forme di divertimento e anche gli adulti non erano più cosi smaniosi di racimolare  gratuitamente qualche chilo di pesce, ormai considerato poco appetibile. Cosi la pesca durante le asciutte, pur non cessando del tutto, perse quell’alone di avvenimento popolare gioioso che la caratterizzava.

In tempi più vicini ai nostri venne praticata, in maniera sporadica, da immigrati di provenienza dell’est europeo che per tradizione culinaria apprezzavano ancora i pesci d’acqua dolce.

C’è  altresì da considerare che questa forma di pesca oggi è vietata dalla legislazione vigente.  Il pesce che rischia di morire nelle pozze dovrebbe essere recuperato da operatori autorizzati dal Consorzio Villoresi e liberato altrove. Dovrebbe, usiamo il condizionale, perchè nella realtà questi salvataggi vengono effettuati solo se è presente una quantità abbondante di fauna ittica da giustificare il costoso intervento con personale qualificato e autorizzato all’uso dello storditore elettrico. Ergo:  l’operazione recupero nel nostro canale oggi praticamente non avviene.

Talvolta alcuni volonterosi impietositi salvano i pesci agonizzanti, liberandoli nei laghetti della zona. Gli unici che invece continuano tranquillamente a pescare, e con buon successo, sono gli aironi. La “pesca miracolosa “ di un tempo non avrebbe lasciato loro neppure un pesciolino!

La presenza numerosa degli aironi allieta oggi le passeggiate dei bollatesi, vecchi e nuovi, lungo i sentieri delle sette cascate . Gli anni passano, le motivazioni cambiano, ma l’affetto verso questa porzione di territorio dove acqua e natura sono ancora protagoniste rimane immutata.

Delegato dal WWF Insubria Sez. Groane per la gestione dell’oasi del Caloggio.
Impegnato sul fronte delle problematiche ambientali locali, esperto di acque superficiali della zona torrenti e fontanili, sono anche  Guardia Ecologica Volontaria della Città Metropolitana di Milano.
Maurizio Minora