Ho frequentato le scuole medie alla “Leonardo da Vinci” di Bollate. Come tutte le altre, anche la mia classe era mista e la consuetudine voleva che durante le ore di educazione fisica la parte femminile fosse abbinata alla parte femminile di un’altra classe. Lo stesso accadeva per la parte maschile. Così noi 11 ragazze per tutti e tre gli anni delle medie ci trovammo in palestra a far ginnastica con un gruppo di alunne di un’altra classe. L’insegnante ci mise “in riga” fin dal primo giorno in un rigorosissimo ordine di altezza. lo mi trovavo più o meno nel mezzo della riga e alla mia sinistra, alta qualche millimetro più di me, c’era una ragazzina con i capelli castani, corti, molto loquace e dal sorriso disarmante. Fu così che conobbi Graziella Franchini e fui la sua vicina per tre anni. I suoi tratti caratteristici erano la vivacità e la simpatia. Per tre anni però non ci fu mai tempo per parlare di noi, di fatti personali, perché troppo impegnate a commentare quello che accadeva nelle ore di ginnastica, che erano spesso un vero e proprio happening, in cui poteva succedere di tutto. La “lezione” di educazione fisica era vissuta spesso da noi alunne con una certa apprensione. In realtà non era esattamente una lezione perché le insegnanti non insegnavano nulla, ma si limitavano a valutare quello che già per conto nostro sapevamo fare. Pertanto avveniva che ragazzine un po’ sovrappeso o che non avevano nella quotidianità occasione di fare movimento, risultassero un po’ impacciate e questo scatenava l’aggressività della prof. che si sentiva in diritto di colpevolizzare e umiliare in modo pesante la malcapitata di turno. Oggi questo comportamento sarebbe inconcepibile. Noi spettatrici certo non potevamo che vivere tutto ciò come una intollerabile prepotenza ed è su questo argomento che vertevano i discorsi tra noi. Certo non avremmo mai avuto l’ardire di protestare ufficialmente con l’insegnante, ma commentavamo tra di noi e cominciavamo a farci un’idea ben chiara di quelli che sono i rapporti di forza tra le persone.
Col senno di poi mi sono fatta l’idea che le insegnanti (ne avemmo due, nel corso dei tre anni: la prima molto anziana, la seconda un po’ più che quarantenne) si fossero formate nel periodo fascista e ne conservassero alcune modalità comportamentali.
Graziella prendeva sempre le difese della vittima. Nonostante lei fosse bravissima, col suo fisico esile, agile ed elastico, si accalorava nel parteggiare per le ragazze meno brave maltrattate dalla prof. e apostrofate, nella migliore delle ipotesi, come “pappamolla” e “oca di Cupa” (il significato di quest’ultima definizione restò sempre un mistero per noi). Soprattutto negli spogliatoi, a lezione conclusa, era tutto un commentare gli avvenimenti della giornata. È di questo che parlavamo Graziella, io e le altre a noi più vicine, o al massimo ci confidavamo reciprocamente la preoccupazione per qualche interrogazione nell’ora successiva. Non sapevo niente di lei se non che veniva da Cascina del Sole. “Beata te – mi diceva – che abiti qui a due passi”. Si rammaricava del disagio di arrivare fin lì specie in inverno, perché allora non mancavano le fitte nevicate e i nebbioni (anni dal 1961 al 1964).
All’inizio della terza media avvenne che io fossi spostata di un posto nella riga, perché avevo superato Graziella in altezza. Ero cresciuta di qualche millimetro e anziché averla alla mia sinistra la ebbi alla mia destra. Del resto ero minore di un anno rispetto alle altre ed ero ancora in fase di crescita. Questo fatto ci divertì moltissimo, Graziella non mancò di dimostrare il suo senso dell’umorismo e da allora mi soprannominò ironicamente “la piscinina“.Non seppi mai che le piaceva cantare, né del suo sogno di diventare una cantante